l futuro della lotta contro i video fake passa anche dall’Università di Cagliari, dove da tempo si cercano soluzioni semplici come un’applicazione per smartphone. Strumenti sperimentati in modo promettente e ora da testare in situazioni più realistiche. «C’è un video la cui veridicità è dubbia? Una sorta di antivirus può segnalare con quanta probabilità lo sia». Una barriera dalle «versioni sempre più raffinate».

Gian Luca Marcialis è professore associato di “Sistemi di elaborazione delle informazioni” e docente di corsi di informatica di base alla facoltà di Ingegneria e architettura nel dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica. Da anni fa ricerca nel campo della visione computerizzata, della biometria e dell’intelligenza artificiale applicate alla sicurezza. Coordina una decina tra ricercatori, dottorandi e collaboratori che si avvalgono del contributo delle Università di Bari, Foggia e Napoli “Federico II”. «Ma la sede del centro è a Cagliari».

Dal 2025 dirige il Centro di ricerca interuniversitario “BullyBuster”, che riunisce competenze di intelligenza artificiale, psicologia, diritto e scienze sociali e sviluppa strumenti e strategie per prevenire e contrastare bullismo e cyberbullismo. Agli studi sulla falsificazione delle impronte digitali, dal 2017 ha aggiunto quelli tramite l’Ai su immagini e video falsi. «Fenomeni che si stavano affacciando e ora diffusi».

Cosa sono i video falsi?

«Creazioni sempre più complesse che puntano a ingannare chi li guarda. I così detti “deepfake” non si limitano più alle manipolazioni facciali, a sostituire un volto per far fare o dire a una persona qualcosa di falso. Dieci anni fa molti falsi potevano essere individuati a occhio nudo. Oggi tecniche più avanzate permettono di ottenere risultati più realistici e difficili da riconoscere. La loro diffusione è aumentata, questi strumenti possono essere utilizzati anche per orientare o manipolare l’opinione pubblica. Da una semplice truffa si può arrivare a destabilizzare i governi e a creare tensioni internazionali».

Più avanza la tecnologia, peggio stiamo?

«Molte piattaforme permettono di generare contenuti digitali, alcune però usano sistemi di identificazione dei contenuti sintetici. Il pericolo arriva quando si vuole attaccare qualcuno preparando falsi credibili. Basta poco a minare la reputazione di una persona. L’opinione può cambiare o essere manipolata. Un messaggio vocale o video di persone conosciute può spingere a inviare denaro o documenti sensibili ai truffatori».

È così semplice crearli?

«Relativamente. Però costruire un attacco mirato, credibile e difficile da smascherare richiede competenze e risorse molto maggiori per evitare di lasciare tracce rilevabili da un sistema automatico. Un falso sofisticato e costruito per uno scopo preciso può richiedere maggiori risorse ed essere più difficile da individuare immediatamente».

Alta tecnologia. Siamo in balia di chi la controlla?

«Non esageriamo, nessun panico. Molti deepfake sono diffusissimi soprattutto sui social e puntano ai guadagni illeciti. Cercano l’anello debole, sono i grandi numeri a portare al risultato. Se invece questi strumenti vengono utilizzati per la disinformazione o contro istituzioni e infrastrutture sensibili, è un problema di sicurezza nazionale».

E le persone normali?

«Quando arriva un documento che sembra sospetto va bloccato e verificato. Sono falsi creati da persone che sanno manipolare le sensazioni»

L’Università cosa fa?

«I processi generativi possono lasciare tracce statistiche o incoerenze difficilmente percepibili dall’occhio umano: noi lavoriamo per arrivare a un modello in grado di riconoscerle. Alla fine del lavoro si valuta statisticamente se, messe assieme tutte le caratteristiche “sospette”, si possa essere davanti a un falso».

A che punto è il lavoro?

«Quanto fatto sinora è frutto principalmente del lavoro nato sul bullismo e i risultati sono promettenti. Il passo successivo è verificarne l’efficacia nelle condizioni d’uso reali. Siamo ottimisti. Stiamo cercando accordi con le scuole per arrivare ai giovani. Sarà una sorta di antivirus che può segnalare la probabilità che il contenuto sia stato manipolato. Ci saranno versioni sempre più raffinate per smascherare ogni nuovo tipo di falso».

Come potrà essere utilizzato da ciascuno di noi?

«La ricerca scientifica deve trovare soluzioni al passo con le future minacce. Nel centro ne stiamo studiando diverse. Per esempio una app per smartphone».

Quindi servono computer sempre più veloci e costosi.

«Senza persone e calcolatore non si fa nulla. Tramite diversi progetti sono stati spesi circa 1,5 milioni di euro per le attività legate a “BullyBuster”. Serve continuità e lavoriamo per ottenerla. Sarebbe importante che un tema di evidente interesse nazionale trovasse forme strutturali di sostegno anche oltre la durata dei singoli progetti di ricerca».

Intanto che si può fare?

«Una campagna informativa rivolta al grande pubblico che riunisca competenze interdisciplinari, ma anche una maggiore partecipazione dei destinatari di queste soluzioni, che possono diventare parte attiva del processo. Il sito del centro è aperto, basta compilare il form usando il QR code che si trova alla voce “Contatti”».

Andrea Manunza

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