«Un centro per minori non può diventare né una zona franca né un luogo di abbandono. Se l’accoglienza non funziona, a pagare non possono essere né i cittadini né i ragazzi ospitati». Con queste parole Paolo Mocci, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Oristano, interviene sul caso del centro migranti per minori presente nel Comune di Cabras, in via Toscana. Struttura che , secondo il primo cittadino di Cabras Andrea Abis, deve essere chiusa. Alla luce dei tanti problemi emersi nelle ultime settimane.

«Non posso che guardare alla situazione del vicino Comune di Cabras con profonda preoccupazione, ma anche con la necessaria lucidità - spiega Mocci - Quando si parla di accoglienza, sicurezza e minori stranieri non accompagnati, il rischio più grande è scivolare nella contrapposizione sterile tra chi invoca solo l'ordine pubblico e chi si limita ad appelli di principio.La cronaca recente e l'allarme lanciato dal sindaco di Cabras evidenziano una frattura che non va né minimizzata né strumentalizzata. La sicurezza urbana e il diritto della comunità locale a vivere in serenità sono beni fondamentali.Non è compito delle istituzioni minimizzare la paura dei cittadini, soprattutto quando vengono riferiti episodi di molestie, danneggiamenti, furti,
aggressioni o altri comportamenti illeciti. La sicurezza delle persone è un diritto, non un tema di parte.
Ma proprio per questo credo sia necessario evitare una semplificazione altrettanto pericolosa: quella di trasformare una crisi nella gestione di un centro di accoglienza in un giudizio indistinto sui minori stranieri non accompagnati. Un ragazzo che arriva in Italia senza genitori e senza adulti di riferimento è, prima di tutto, un minore - va avanti Mocci - La legge italiana gli riconosce una tutela specifica e impone che l’accoglienza sia organizzata nel rispetto della sua età, dei suoi diritti e del suo superiore interesse. Questo non significa, però, che un minore sia immune dalle regole, né che le istituzioni debbano tollerare comportamenti illeciti. Significa esattamente il contrario: proprio perché parliamo di minori, la risposta deve essere più seria, più professionale e più individualizzata. Se un ragazzo commette un reato, si accerta quel fatto e si interviene nei modi previsti dalla legge. Se un ragazzo manifesta comportamenti violenti, bisogna comprenderne le cause e, contemporaneamente, garantire la sicurezza degli altri ospiti, degli operatori e della comunità. Se una struttura non è in grado di esercitare adeguatamente la propria funzione educativa e di vigilanza, deve essere verificata e, se necessario, riorganizzata o sostituita. Non esiste, quindi, una contrapposizione tra sicurezza e tutela dei minori. La buona accoglienza è essa stessa una politica di sicurezza».

Mocci ricorda che le notizie provenienti da Cabras descrivono una situazione che, se confermata nella sua gravità e continuità, non può essere affrontata con dichiarazioni di principio.

«Tuttavia, per affrontare il problema alla radice, occorre porsi una domanda scomoda: perché un sistema nato per proteggere dei minori si trasforma in un fattore di insicurezza? Il Ministero dell'Interno attribuisce al sistema di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati con precise responsabilità di monitoraggio e controllo degli standard dei servizi. La normativa prevede inoltre che le strutture temporanee per minori rispettino gli standard di assistenza e siano adeguate alla condizione di minore età».

Mocci ricorda che i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) sono, per loro stessa natura, strumenti emergenziali. «Nati per rispondere a flussi improvvisi, difettano spesso delle risorse strutturali, professionali e d'integrazione necessarie per gestire una fase delicata come l'adolescenza, resa ancora più complessa dai traumi del viaggio e dallo sradicamento culturale. Quando giovani che hanno vissuto percorsi di vita estremi vengono “custoditi” senza un reale e stringente progetto educativo, formativo e di inclusione nel tessuto sociale, la frustrazione e l'inattività diventano terreno fertile per il disagio e, in alcuni casi, per condotte devianti. Un minore non accompagnato fuori da un percorso formativo o inclusivo non è solo un potenziale problema di ordine pubblico: è prima di tutto un fallimento del sistema di tutela. Per questo motivo, la risposta non può essere esclusivamente di carattere repressivo o contenitivo. La vera sicurezza si costruisce attraverso la presa in carico effettiva. Serve un cambio di passo deciso che coinvolga tutte le istituzioni del territorio. Per questo ritengo che la richiesta del sindaco di Cabras debba essere trasformata in una verifica istituzionale immediata e trasparente. Non basta chiedersi se il centro debba essere chiuso. Bisogna prima chiedersi perché siamo arrivati a questo punto. E soprattutto: se il centro deve essere chiuso, dove saranno collocati i minori? Non si può risolvere un problema di gestione semplicemente spostandolo da Cabras a un altro Comune. Un trasferimento può essere necessario, ma deve essere disposto nel superiore interesse di ciascun ragazzo, sulla base della sua situazione personale e delle esigenze di protezione. La legge stessa stabilisce che nella scelta della struttura debbano essere considerate le caratteristiche e le esigenze del singolo minore».

Mocci parla anche di un altro aspetto. «I social network possono essere uno strumento per denunciare un disagio, ma non possono diventare un tribunale parallelo. La pubblicazione di immagini, video o informazioni che consentano di identificare ragazzi minorenni deve essere affrontata con particolare cautela. La rabbia della comunità non può trasformarsi in una forma di esposizione pubblica dei minori. Allo stesso modo, non possiamo ignorare le persone che hanno denunciato
di aver subito molestie o altri comportamenti illegittimi. A loro deve andare tutta la nostra attenzione. Una politica autenticamente garantista non tutela soltanto chi è vulnerabile perché minorenne: tutela anche la donna che ha paura di attraversare il centro del proprio paese, l'operatore che si sente minacciato, il cittadino che vede danneggiata la propria casa o la propria automobile. Cabras ha diritto alla sicurezza. I lavoratori del centro hanno diritto alla sicurezza. Le vittime di eventuali reati hanno diritto a essere ascoltate e protette. E i minori ospitati hanno diritto a un'accoglienza realmente educativa, controllata e rispettosa della loro dignità. È proprio questa la sfida che le istituzioni devono raccogliere. Pertanto, è indispensabile un tavolo permanente tra la Prefettura, la Questura, i Comuni di Cabras e Oristano, i servizi sociali e la Magistratura minorile, per quanto di competenza. Non per stabilire chi abbia ragione in una polemica politica, ma per stabilire che cosa non sta funzionando e come correggerlo. La cosa che non possiamo permetterci è lasciare che una comunità si senta abbandonata e che, contemporaneamente, dei ragazzi minorenni vengano percepiti come un problema da spostare altrove. Una comunità sicura non è quella che allontana i più fragili. È quella che sa pretendere regole, responsabilità e rispetto da tutti. E quando un sistema di accoglienza fallisce, la prima domanda non dovrebbe essere: chi mandiamo via? Dovrebbe essere: quale responsabilità abbiamo nel permettere che quel sistema fallisse? Garantire i diritti di questi ragazzi, a partire dal diritto a un percorso educativo vero e a regole chiare, è la prima vera garanzia per la sicurezza e la dignità di tutto il nostro territorio». 

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