È il prezzo della crisi. Il costo sostenuto da Regione e Governo per accompagnare in Sardegna una ripresa industriale totalmente disattesa: quattro miliardi spesi in vent’anni senza alcun effetto moltiplicatore sull’economia. Nei territori e per le famiglie. Quattro lustri di fallimenti che si sono portati dietro la distruzione della base occupazionale.

Pesca su più fronti, quella cifra monstre scritta nelle carte della finanza pubblica: delibere, interventi ministeriali, manovre finanziarie. Memoria storico-politica di ieri e di oggi, con l’asse Cagliari-Roma strettamente connesso e ugualmente responsabile. In maniera altrettanto trasversale. Una linea nera che attraversa in lungo e in largo la Sardegna, a iniziare da quel Sulcis-Iglesiente pompato di soldi per essere il polo di alluminio, zinco, piombo e carbone.

L’altra grande culla industriale sarda doveva essere Porto Torres, con il petrolchimico e ancora la centrale a combustibile fossile. Pure l’area vasta di Cagliari, con Macchiareddu, pensava di combattere ad armi pari sulle buste paga del settore pesante ma il territorio, a corrente alternata, non ha mai smesso di ballare il valzer dell’incertezza tra mattoni refrattari, fluorite e acciaio. A Ottana la ricucitura produttiva del tessile non è mai arrivata.

Ma cosa ha fatto lievitare sino a quattro miliardi il costo del sostegno pubblico a politiche industriali mai davvero centrate? Non si contesta certo il valore degli ammortizzatori sociali, senza i quali il lavoro perderebbe la sua dignità. Ma a fronte di una voce di spesa corposa, capace di sforare di molto il miliardo di euro, la politica ha scelto di finanziare l’agonia anziché l’occupazione.

L’articolo completo a firma di Alessandra Carta e gli approfondimenti nel giornale in edicola e sull’app Unione Digital

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