Claudio Descalzi è il numero uno dell'Eni. È lui il padre padrone assoluto del colosso petrolifero italiano. Decide, agisce, apre e chiude. Prima di lui tutti gli altri, da Enrico Mattei in poi. Risponde solo alla Borsa e a nessun altro. Due giorni fa è volato a Tripoli, nel cuore della Libia dilaniata da una guerra infinita di fazioni, tutte protese alla conquista di qualche pozzo di petrolio. Gli osservatori più caustici hanno scritto che della delegazione di Descalzi faceva parte anche il ministro degli esteri italiano.

Claudio, "il libico"

Come dire che chi conta in quella terra emunta da sempre dal cane a sei zampe è proprio "Claudio", come amorevolmente lo ha chiamato il nuovo premier del Governo di unità nazionale, Abdulhamid Dabaiba. Sì, perché il Descalzi dell'Eni quando va nella terra promessa non incontra seconde linee. E, quando assume un impegno, tutti si attendono che lo rispetti sino in fondo, senza sotterfugi, mezze promesse, o peggio la totale negazione delle affermazioni appena fatte. La Sardegna, però, non è la Libia. E Descalzi non è da meno dei suoi fulgidi predecessori. In questa terra martoriata da industrie aggressive che hanno devastato l'ambiente e sbattuto per strada decine di migliaia di lavoratori l'Eni ha fatto la parte da leone. Senza pudore, come si conviene a chi sa di giocare in una terra debole e senza petrolio. Il premier libico ha chiesto che l'Eni «investa e promuova la responsabilità sociale nei settori della salute, dell'istruzione, della formazione professionale e dell'elettricità».

Beati i libici

Beati i libici, ci credono e ne sono convinti. Se sapessero quel che è successo a Macchiareddu, ultima terra "usa e getta" dell'Eni, avrebbero di che preoccuparsi. Inaugurando, con la pompa magna solita dei petrolieri, la sfida ambientale delle monumentali Saline Conti Vecchi, a ridosso della splendida laguna di Santa Gilla, quella dei fenicotteri rosa, Descalzi usò l'inchiostro nero per vergare sul bianco delle saline le sue promesse. Riferendosi all'apertura al pubblico delle Saline scrisse, con l'ardire di uno scalatore provetto di free climbing, senza tema di smentita: «Un progetto coerente con la "mission" di Eni di promuovere sviluppo locale e di continuare a crescere dando priorità al rispetto dell'ambiente e delle persone. Qui - scrisse Descalzi - come altrove abbiamo scommesso sul nostro passato, la nostra cultura, i nostri valori come leva per costruire il futuro. E' questa - conclude il mentore dell'Eni - la nostra rivoluzione". Parole sante, dilavate come niente dalla motopompa che da qualche giorno prosciuga fogne e tombini tra i segreti industriali nell'area industriale di Macchiareddu. Tutto proprietà dell'Eni, ancora per poco. Proprio quell'Eni della "rivoluzione del futuro", della "scommessa sui nostri valori più alti". Peccato che, dalla quinta avenue della strada B di Macchiareddu, da qualche giorno, ci sia un via vai di fiammanti mezzi da risucchio fognario da piazzare in tutta fretta nei canali a rischio mercurio dentro lo stabilimento marchiato Eni. Del resto la visita - blitz degli uomini del Noe, qualche settimana fa, era stata solo un preavviso. L'immagine che pubblichiamo è eloquente di quanto sta accadendo in quella landa desolata di abbandono e degrado industriale. La motopompa gialla fiammante rivolge l'aspiratore verso il tombino di turno e il tubo zincato rilancia sul fronte opposto. Del resto quella procedura, che non si ricorda a memoria d'uomo dentro quegli impianti, è palesemente fuori dal sistema industriale. Un accròcco che mal si addice al "Claudio pensiero". Eppure sta succedendo tutto e adesso, alla vigilia della promessa di una nuova visita dei Noe e al passaggio di consegna degli impianti con chi di gestione ambientale e industriale non ha niente da imparare dall'Eni. I valori impressi da Descalzi sulle distese di sale a ridosso del cloro-soda di Macchiareddu si sono dilavati come niente all'incedere di Donato Antonio Todisco, il manager interdetto dalla gestione di imprese e attività, con una procedura urgente dalla Procura di Brescia. Chissà se rientra nei valori richiamati dall'amministratore dell'Eni l'acquisto di una montagna di cloro-soda da una società nata a dicembre scorso, la Chimica Assemini, per oltre mezzo milione di euro, senza che abbia mai prodotto e venduto nemmeno un litro di varecchina?

Buoi e recinti

Di certo bene farebbero le parti contraenti e gli organi di controllo a metter mano alla partita ambientale di Macchiareddu prima che si chiudano i recinti dopo che i buoi sono tutti scappati. Negli uffici della Conti Vecchi S.p.A. c'è tensione. La fuga di notizie e di documenti scottanti sulla vendita e sui bonifici dell'Eni alla neonata società di Todisco per l'acquisto di soda caustica hanno riacceso i riflettori sulla storia di quei 160 ettari a sette km a sud del centro abitato di Assemini. Certo, progetti di bonifica ne sono stati autorizzati in questi anni, ma definirli tali è un azzardo smentito dai fatti. La tecnica è quella di realizzare quattro pozzi qua e là per tentare di intercettare la falda idrica ed aspirare, secondo il candido auspicio, i veleni di cui è intrisa la terra di questo lembo devastato di Sardegna. Una montagna d'acqua da prosciugare, 120 -145 metri cubi all'ora, da inviare al Taf, il trattamento acque di falda. Una gestione che sfugge ai più e che certo non può rappresentare la soluzione definitiva per risanare definitivamente quell'area violata e violentata dalla chimica di Stato. E che dire dei suoli che restano.

Stop & go

L'Eni fugge, come spesso gli conviene, lo fa con la tecnica consolidata dello "stop and go". Un colpo alla volta, sino a quello finale, fissato per fine mese. Secondo i suoi piani l'ente di Stato cederà a Mister Todisco tre asset sardi, gli impianti chimici di Cloro-soda, gli ultimi rimasti accesi, l'area dei depositi costieri e il Mega Pontile sul Golfo degli Angeli. Terrà per sé, per adesso, il compendio delle Saline Conti Vecchi. Alla Sardegna, come spesso capita, resteranno i cocci. Il caso di Macchiareddu è emblematico. La diluizione delle responsabilità sui veleni di Stato è una strategia consolidata.

Missione annacquare

Annacquare negli anni i responsabili dell'inquinamento è tecnica che taluni hanno appreso sin dall'asilo nido. Nel sito di Assemini la messa in sicurezza d'emergenza dei suoli è rimasta tale da sempre. Il modello era quello più rapido e meno dispendioso: coprire tutto, nascondere i veleni sottoterra. Bastava un concentrato di diossine e furani per arrivare con terra e cemento e coprire tutto. Nei verbali sulle mancate bonifiche industriali c'è scritto tutto, ma la memoria degli uomini dell'Eni è corta. Non quella degli operai di Macchiareddu che hanno stampate in testa le aree del sopruso. Strascichi pesanti delle vecchie produzioni, smantellate, talvolta solo parzialmente, e spesso abbandonate. Tutto ricostruito nella mappa che pubblichiamo. In ogni angolo di questa terra d'industria, oltre all'inquinamento da mercurio, non mancano lembi di terra carichi di idrocarburi e clorati.

Sotto il carcere

Nessuno lo dice ma in molti raccontano che durante i lavori di scavo del carcere di Uta sarebbero state rinvenute importanti tracce di dicloretano, un composto organico altamente inquinante prodotto proprio a Macchiareddu. Veleni che scorrono in lungo e in largo, senza osservare il codice della strada. La Golder Associates nel 2007 ha messo nero su bianco i punti focali dell'inquinamento dentro Macchiareddu. Non se ne fece niente.

Il racconto dei testimoni

L'immagine che pubblichiamo racconta la sepoltura dell'area della vecchia sala celle che utilizzava il mercurio nel suo processo produttivo. I terreni, permeabili come pochi, sono rimasti impregnati di quel materiale tossico e pericoloso. La decisione fu lungimirante, come quella di chi si mette sotto il letto una bomba ad orologeria. L'area è stata letteralmente ricoperta da una colata di cemento. Raccontano i testimoni di allora: «Durante quell'intervento ci furono difficoltà per la bonifica dell'asta mercuriale perimetrale alla vecchia sala celle. Sul fondo dei pozzetti di scarico era presente un vero e proprio letto di mercurio. La soluzione adottata fu anche in quel caso di ricoprire e tombare i pozzi inquinati con cemento». Tra dieci giorni a Macchiareddu, se organi di controllo e istituzioni non fermeranno il disastro, arriverà Donato Antonio Todisco. Per il Claudio d'Italia, il Descalzi dell'ente di Stato, sarà questa "la rivoluzione del futuro". Beati i libici. Ai sardi mercurio e veleni sottoterra.

Mauro Pili
© Riproduzione riservata