Un colpo di tosse, poi si tira su nel letto. «Sì, lo voglio»: è forse tutta qui, l’essenza della vita; in quella formula sussurrata da Paolo, malato terminale, dalla camera G dell’hospice di via Jenner. Una sorta di limbo, dove ti aspetteresti di trovare soltanto morte e rassegnazione, invece, tra quei corridoi che profumano di buono, si rincorrono dignità e resilienza. Come se la vita riuscisse ad andare oltre; oltre una diagnosi che ti costringe a un’esistenza con termine. «Cambia tutto, l’ordine delle priorità, la percezione del tempo. Capisci che non puoi più rimandare come hai sempre fatto. Come facciamo tutti. Inizi a vivere giorno per giorno». Lei, Constanta, fatica a trattenere le lacrime. Singhiozza. «Non so quando arriverà l’ultimo, ma so che quando accadrà sarò sereno perché ho realizzato il mio desiderio più grande: sposarla». E mentre lo dice le stringe più forte la mano.

La finestra

C’è un timido sole, che s’intrufola con discrezione nella finestra affacciata dal secondo piano della struttura della Asl: il regno delle cure palliative; la medicina dell’anima per corpi impermeabili alle cure. E sarà forse un caso, ma i raggi paiono puntare dritti-dritti sulle fedi che i neosposi mostrano con orgoglio, come fossero il tesoro più prezioso. Simbolo materiale dell’amore eterno fra Constanta Fatu, 57 anni e origini rumene, e Paolo Pretta, cagliaritano, vedovo, tre anni in più e un tumore al polmone: raro e in una posizione tale da non essere operabile. Il verdetto impietoso, che non concede chance, arrivato dopo la via crucis tra ospedali e medici a elemosinare risposte a quel fiato divenuto ogni giorno più corto. «A gennaio, in un ospedale di Bucarest dove eravamo per trascorrere il Natale, mi hanno detto ciò che dentro di me era già chiaro da tempo. Stavo troppo male per avere il “semplice” enfisema con bronchite cronica di cui hanno parlato a lungo». Un altro colpo di tosse, e poi un altro ancora. «Cancro».

Lo shock

Terminale, senza cura. Niente intervento e neanche chemio: «Non ho versato una lacrima, ma ovviamente quando ti sbattono in faccia la verità nuda e cruda e capisci di non avere vie d’uscita ti senti strano, diverso». Prende fiato. «Stordito, forse è questo lo stato d’animo che si prova». Dice di essere molto credente, e che anche il rapporto con la fede, quando ti condannano all’ergastolo senza sbarre né pene da espiare, assume un’altra forma. Come tutto il resto. «Potrei essere arrabbiato con Dio, magari chiedere perché proprio a me: niente di tutto ciò. Prego, se possibile anche di più. Per mia moglie, per chi resterà dopo di me e avrà il peso della mia assenza». Sul comodino, accanto al letto, ha il rosario benedetto. Vicini alla bottiglia d’acqua naturale e al bouquet di fiori bianchi che raccontano del matrimonio senza altare ma celebrato due volte: rito civile e religioso. Entrambi lì, nella stanza G, abbracciata dal sole. Con medici, infermieri e volontari: invitati speciali e testimoni quotidiani di quanto capita all’hospice. Che è un misto tra un residence con le pareti color ocra e una sorta di paciere silenzioso e senza volto che sembra mettere a posto tutti i conti in sospeso con la vita. Come se si trovasse il pezzetto mancante del puzzle.

I chilometri

Aveva un’officina meccanica, a Cagliari: ebbrezza del pendolare provata, con viaggi di andata e ritorno a Semestene, dove è scoccato l’amore. Proseguito e poi avvicinatosi al posto di lavoro: sono arrivati a sedici anni di convivenza, col pallino del matrimonio slittato di anno in anno. «In realtà ci abbiamo pensato tante volte, poi con le giornate sempre frenetiche e piene ci siamo trovati a rimandare quasi inconsapevolmente», spiega Paolo. E subito dopo interviene Constanta: «Quando stai bene non pensi alla morte. È come se il tempo fosse illimitato, poi cambia tutto». Terminale, cancro, non operabile, che t’impone una scadenza, col domani che non sai più se arriverà. E si torna da capo: a quelle priorità che cambiano ordine. E al matrimonio celebrato nella stanza G, col sole gentile e da dove si vedono le finestrone colorate del Microcitemico. Che raccontano di altre lotte e mostrano anche loro il volto più amaro della vita.

La cura

Quella vita che va oltre; oltre una diagnosi che ti dà un termine ma tu decidi di schivarlo. Lo sta facendo Paolo, che ha contattato lo Ieo di Milano e ha saputo di una cura che non cambia la sorte ma lui la tenta ugualmente la sua carta. In questa partita dove la mano giusta ti salta sistematicamente e con cinismo. «La speranza resta, non mi illudo e non mi aspetto niente. So che sono terminale, ma solo quando smetterò di respirare sarò morto. Sino a qual momento mi tengo stretta la vita che mi resta e mia moglie. Vivo, mi assaporo ogni giorno, ora, minuto, il singolo istante». Nuovo colpo di tosse, mentre lei riprende a piangere: «Prego ogni giorno che me lo lascino più a lungo, non sono pronta per lasciarlo andare. Non lo sarò mai».

I corridoi

Sembra davvero sia un limbo terreno, con vita e morte che si scavalcano l’un l’altra, correndo nei lunghi corridoi dove ci si senta a casa e anche le storie si susseguono. Come quella di Renata Agliata, 85 anni, che per Paolo e Constanta è come una mamma e ha fatto loro da testimone. Nel suo passato ci sono tre lutti: ha perso la figlia diciottenne, poco dopo il figlio. Le era rimasto soltanto il marito: il cancro le ha rubato pure lui. Ha conosciuto così, l’hospice, poco dopo l’apertura, e poi ha deciso di creare un’associazione di volontariato che quotidianamente si occupa dei pazienti ricoverati. “Giorno per giorno”: che è un monito prezioso. Consolano, prestano cuore e orecchio, danno conforto a chi ne ha bisogno e poi si dedicano anche a chi resta: elaborazione del lutto, che lei ha imparato in prima persona. «Non ci si abitua al dolore, non si dimentica la perdita di un figlio o di un marito. Ma alla fine vai avanti. Ognuno trova il suo modo, il mio è stare qui, dove non pensi alla morte ma ti concentri sulla vita. Anche se ne resta poca». Giorno per giorno. Ora per ora, minuto per minuto. Come sta facendo Paolo, che tossisce ancora una volta e poi tira fuori un altro desiderio: «Vorrei una bistecca di cavallo, ma non posso, perché il cancro mi schiaccia lo stomaco». Ed è spiazzante questa vita che sa andare oltre, abbracciata dal sole gentile che s’intrufola con garbo dalla finestra della stanza G.

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