Quel che resta del calcio
Nel libro di Lorenzo Casini la crisi del calcio italianoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Il vero calcio rientra nell'epica: la sonorità dell'esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria e labile o costante...». Così decenni fa il grande giornalista sportivo Gianni Brera definiva il gioco del pallone paragonandolo alla poesia dei poemi antichi. Un’immagine romantica, di grande valore letterario per quello che oramai da decenni è lo sport più amato dagli italiani…e anche dalle italiane, dato che le tifose sono sempre di più.
Però – perché purtroppo un però c’è – nonostante la passione che accende il tifo, nonostante i trentatré milioni di tifosi, gli oltre quattro milioni di praticanti e più di un milione di calciatori tesserati qualcosa si è rotto nel sistema calcio italiano. La nostra Nazionale, che pure vanta nella sua storia quattro titoli mondiali, due europei e una serie di imprese leggendarie non si qualifica per il Campionato del mondo dal 2014 e dal lontano 2006 non è più protagonista a livello mondiale. Il nostro campionato, il torneo più bello del mondo per un ventennio tra gli anni Ottanta del Novecento e i primi anni Duemila, oramai è decaduto a competizione di seconda fascia, superato dalla Premier League inglese, dalla Liga spagnola, dalla Bundesliga tedesca e forse anche da Ligue 1 francese. Inoltre, i nostri stadi sono spesso fatiscenti e il calcio professionistico ha accumulato oltre cinque miliardi di perdite in pochi anni.
Ma come è stato possibile arrivare a questo punto? Ce lo spiega Lorenzo Casini, dal marzo 2022 al dicembre 2024 presidente della Lega nazionale Professionisti Serie A, e autore del volume Quel che resta del calcio (il Mulino, 2026, pp. 272, anche Ebook) in cui ha raccolto miti, delusioni, errori, ma anche speranze dello sport più amato dagli italiani.
Per Casini la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali per tre volte consecutive non è un incidente di percorso: è la certificazione di un sistema che ha smesso di funzionare. E il problema non è semplicemente la mancanza di talenti, come l’Italia ha sempre sfornato e continua a sfornare in altri sport. Il problema è più ampio e riguarda tutto il movimento calcistico.
Con un’analisi ricca di dati, confronti internazionali ed esperienza diretta ai vertici delle istituzioni calcistiche, Casini ricostruisce le ragioni di questo declino e ne coglie il significato più ampio: l’incapacità dell’Italia di organizzare ciò che possiede. Per capirci: ci sono milioni di praticanti e un milione di tesserati però il movimento giovanile è ancora fermo come organizzazione e strutture a decenni fa. Spesso i centri sportivi delle società, anche di Serie A, non hanno abbastanza campi, spogliatoi, palestre per le squadre minori e per quelle di giovani, ragazzi e bambini. Inoltre, si punta ad avere giocatori bravissimi nella tattica, capaci eseguire schemi e molto disciplinati in campo ma non si investono tempo ed energie nella loro preparazione tecnica, nell’arte pedatoria come avrebbe detto sempre il buon Brera. Il risultato è che le nostre nazionali eccellono a livello giovanile perché ben strutturate ed organizzate, affondano dopo quando oltre alla dottrina calcistica ci vuole l’estro e l’abilità. Perché il calcio, prima di essere disciplina e strategia, rimane un gioco. E proprio da lì, dalla formazione, dalla tecnica e dalla fantasia di una gioventù tradita può nascere una speranza credibile di futuro per il calcio italiano.
Ma Casini volge il suo sguardo a 360 gradi e non si ferma ai settori giovanili. Nel calcio italiano vi è un problema di strutture, con stadi che quasi mai sono di proprietà delle squadre, che sembrano antidiluviani rispetto agli impianti esteri – basta guardare il Mondiale in questi giorni per rendersene conto – e non producono utili, ma solo costi, spesso ai danni delle società che li utilizzano quando non della collettività. Ma per cambiare gli stadi, servono certamente risorse, ma anche un cambio di cultura imprenditoriale. Un mutamento che deve portarci a considerare la società calcistica come qualcosa capace di reggersi sulle proprie gambe, grazie alla ricchezza che produce. Gli stadi non sono semplicemente luoghi in cui si gioca, ma devono diventare motori economici, sociali e urbani. Ci vogliono, quindi, piattaforme imprenditoriali di lungo periodo come realizzato in molti altri Paesi europei, altrimenti l’alternativa è un lento declino, con società che faranno sempre più fatica a sopravvivere, soprattutto in provincia. E senza il calcio provinciale, diffuso su tutto il territorio, il sistema pallone semplicemente rischia di implodere…se non è già imploso.
