Le guerre si vincono con la forza, il coraggio, l'organizzazione. A volte con qualche colpo di astuzia. La svolta a sorpresa che deraglia dai binari della logica e della consuetudine. Infettare il proprio esercito col vaiolo non sembra, detta così, un'idea geniale. Eppure fu questa una delle mosse che consentirono a George Washington di battere gli inglesi, e vincere la guerra per l'indipendenza delle tredici colonie che poi diventarono gli Stati Uniti d'America.

Non è l'aneddoto più noto nella biografia del primo presidente Usa, neppure tra i suoi connazionali. Ma è una storia interessante, che suona ancor più strana nel tempo in cui tutto il mondo è angosciato dal Covid-19. Anche il vaiolo è una malattia virale ad alta letalità, benché non faccia parte della famiglia dei coronavirus. Soprattutto, la grande differenza rispetto al Covid, oggi, è che il vaiolo non esiste più: grazie alla vaccinazione di massa, quarant'anni fa è stato dichiarato ufficialmente debellato dall'Organizzazione mondiale della Sanità. L'ultimo caso è stato riportato nel 1977. Esattamente due secoli dopo che Washington decise di inocularlo a tutto l'Esercito continentale, correndo un grande rischio ma rendendo i suoi soldati invincibili di fronte a un nemico non meno insidioso degli inglesi: l'epidemia.

Immagine di libero uso tratta dal US Centers for Disease (Meloni)

All'epoca il vaccino non esisteva, sarebbe stato sviluppato da Edward Jenner solo negli ultimissimi anni del secolo. Le ondate di vaiolo erano frequenti e mietevano molte vittime. Dal 1775 il morbo imperversava nel Nord America, e la popolazione militare era particolarmente vulnerabile, per le precarie condizioni di igiene degli accampamenti. Valeva per le truppe rivoluzionarie ma anche per i soldati britannici. Il vaiolo era stato in effetti una delle prime grandi battaglie vinte da George Washington, che l'aveva avuto e superato all'età di 19 anni. Ne portò i segni per tutta la vita, sotto forma di alcune cicatrici molto visibili. Era stato contagiato durante un soggiorno alle Barbados col fratellastro Lawrence, che era malato di tubercolosi e sperava di trovare giovamento dal clima caldo delle isole caraibiche. Nell'inverno del 1777, il futuro presidente temeva che il virus potesse decimare l'Esercito continentale. E allora, superando l'iniziale riluttanza, scelse di procedere all'inoculazione. La pratica, che oggi apparirebbe abominevole, consisteva nel prelevare del pus dalle ulcere di malati non gravi, e iniettarlo per via sottocutanea alle persone che si volevano immunizzare. La ridotta carica virale determinava in genere una blanda forma della malattia, che poi veniva superata acquisendo l'immunità. Ma era una pratica molto artigianale, e in una percentuale di casi non irrilevante finiva per procurare infezioni più gravi del previsto, talvolta anche la morte. Questo accadde anche ad alcuni soldati dell'armata delle colonie, ma in misura molto inferiore rispetto a quanti ne stava uccidendo il vaiolo fino a quel momento. "Dobbiamo temere la malattia più di quanto temiamo la spada del nemico", ebbe a dire Washington per giustificare la coraggiosa decisione. L'inoculazione del virus, come una sorta di antenata della vaccinazione, era in realtà una tecnica utilizzata da secoli, nota come variolizzazione. Praticata già in epoca medievale in Cina e in India con metodi rudimentali, come la scarificazione della pelle per introdurre il materiale infetto, era stata poi perfezionata in Europa - soprattutto in Francia - nel diciassettesimo secolo. Per arrivare al vaccino bisognerà però aspettare l'intuizione di Jenner, che notò come i mungitori che contraevano il vaiolo delle mucche, meno grave, risultassero poi immunizzati rispetto all'altra forma che circolava tra gli esseri umani. Iniettando a migliaia di persone il virus bovino, lo studioso fece crollare il numero di casi di vaiolo in Inghilterra, dove la malattia causava ogni anno la morte di circa quarantamila persone, e tremila di media nella sola Londra. In Italia il pioniere che introdusse la vaccinazione antivaiolosa, seguendo gli studi di Jenner, fu un medico originario di Varese: Luigi Sacco, cui oggi è intitolata la clinica di Milano specializzata nelle malattie infettive, che in queste settimane è diventata particolarmente nota perché è stata uno dei primi ospedali a curare malati di Covid-19. Anche se non poteva ancora contare sul vaccino di Jenner, Washington ebbe successo con la sua strategia dell'inoculazione: i soldati si mantennero in buona salute e furono anche rinfrancati nell'animo, per la consapevolezza di non dover più temere che la morte li cogliesse non in battaglia, ma per colpa dell'epidemia. Fu probabilmente anche per questo che poterono concentrarsi a combattere il nemico inglese, fino a raggiungere la vittoria che diede l'indipendenza alle colonie americane e cambiò per sempre la storia del mondo.
© Riproduzione riservata