Le vicende relative alla piccola presenza ebraica della Sardegna, o con la Sardegna in qualche natura connessa, durante gli anni della Shoah appaiono, mano a mano che le ricerche vanno avanti, qualcosa di incredibilmente enorme.

Non credo, da studioso della Shoah con ormai quasi 30 anni di studi sul tema, che ci sia una regione nel nostro Paese che ha visto al suo interno passare negli anni precedenti alla legislazione antiebraica italiana una presenza ebraica che poi ha intrecciato i suoi destini con cosi tante località italiane fuori dall’Isola o con Paesi stranieri lontani.

Uno di questi, quello che ha a che fare con la vicenda venuta alla luce nel corso dei miei studi e finora del tutto ignota perlomeno qui nell’Isola, è la Norvegia e il destino degli ebrei di quel Paese.

È l’agosto 1938, il 26 per la precisione, e il comando della regia legione dei Carabinieri di Cagliari invia i risultati del fatidico censimento che il Ministero degli interni, ufficio demografia e razza (Demorazza) ha stabilito per tutti i cittadini “di razza ebraica” nella penisola, e in questo documento, negli elenchi degli israeliti residenti nella provincia di Cagliari, risulta alla voce relativa a Cagliari al n. 12 Lewin Eugenio, residente in via San Mauro 42.

Nei successivi fogli compilati e inviati dalla Prefettura di Cagliari agli uffici Demorazza di Roma si specifica che Lewin è residente a Cagliari, che si tratta di un ebreo tedesco nato a Berlino nel 1883, Professore privato di lingua Tedesca.

In pochi, finora, hanno voluto accendere una luce sulla biografia di questa persona, tanto anonima quanto sconosciuta in Sardegna, e il solo documento bibliografico che finora ne ricostruisce in maniera compiuta tutta la vicenda è il testo dello storico Bjarte Bruland “Holocaust in Norwegen: Registrierung, deportation, vernichtung” edito in lingua tedesca per i tipi della Vandenhoeck & Ruphert nel 2019.

Ma chi era Eugen Lewin? Cosa gli successe dopo quel primo censimento del 1938? Ma soprattutto, come mai già a partire dal 1939 il suo nome scompare totalmente dagli aggiornamenti annuali dei censimenti degli ebrei residenti in città?

Eugen Lewin nasce a Berlino nel 1883, il 24 aprile, e compie nella capitale tedesca studi letterari, diventando ben presto un affermato giornalista e un autore letterario con una grande carriera davanti.

Divenne uno dei nomi di punta del quotidiano Vossichen Zeitung, ma anche un autore di testi soprattutto per i ragazzi.

Nel 1923 raggiunge una certa fama pubblicando il libro illustrato “die Dollarmaenchen: acht arme”, una biografia di Karl Marx ed in particolare della sua infanzia e prima giovinezza.

Del 1923 sempre è un altro volume dal titolo “Ich und du” mentre il suo libro forse ancora oggi più famoso e sempre rivolto ai ragazzi con delle illustrazioni “die Maerchen der armen” viene edito molti anni dopo e postumo in Germania nel 1982.

Cresciuto in una famiglia totalmente laicizzata, come la stragrande maggioranza degli ebrei tedeschi e totalmente estraneo sia allo studio dell’ebraismo o dei testi sacri sia alla frequentazione della Sinagoga e della comunità ebraica, ha un totale e traumatico “risveglio” nel 1933 con l’avvento al potere di Hitler. Ebreo e di posizioni di sinistra e pacifiste, immediatamente schedato come dissidente politico anche per la sua attività di giornalista, prende l’immediata decisione di scappare dalla Germania.

La sua fuga, ricostruita dallo storico Bruland nel libro appena citato, tocca un percorso particolare: dapprima a Zurigo, poi a Firenze, e infine a Cagliari, città tranquilla e con pochissimi ebrei, dove inizia a lavorare come insegnante privato di tedesco, ma anche a un altro, incredibile progetto.

Appassionatosi molto probabilmente alla cultura e alle tradizioni della nostra Isola, Eugen intraprende un percorso di studi molto particolare, che mira alla ricostruzione storica della evoluzione degli aratri sardi nel corso della storia della Sardegna. Un progetto che lo porta, negli anni 1934-1938, a raccogliere e studiare una ingente quantità di questi strumenti, in una collezione unica nel suo genere.

Purtroppo, le norme antiebraiche del 1938, il censimento e soprattutto la sua posizione molto particolare di ebreo tedesco in un paese alleato della Germania nazista che ha appena intrapreso una campagna antisemita delle più virulente, e per certi versi più pesante di quella tedesca, lo convince ad abbandonare ogni progetto in tal senso e a cercare una via di fuga.

In una situazione dove gli ebrei anche in Italia diventano, come dice lo storico Michele Sarfatti, una “quintessenza” di profughi, tentando di lasciare l’Italia verso le località dove la situazione per gli ebrei appaia meno pesante o dove sia presente un antisemitismo “meno violento” di altrove, ma soprattutto seguendo pedissequamente una direttiva che impone che tutti gli ebrei stranieri eccetto le persone sopra i 65 anni di età e le situazioni di matrimonio misto lascino il paese entro il 12 marzo 1939, ecco che Eugen fa domanda per un visto di uscita dall’Italia.

Lewin ottiene un visto d’uscita che gli permette di attraversare la Francia, poi il Belgio e da lì raggiungere la Norvegia e precisamente Oslo, città in realtà solo di passaggio, perché il professor Lewin ha in mente in realtà di raggiungere quanto prima la Svezia. Ma ogni richiesta da parte sua di entrare nel Paese viene drammaticamente respinta.

Si fa notare spesso come l’antisemitismo abbia anche la funzione, non certo voluta da chi antisemita è, di rafforzare molto di più l’ebraismo e l’identità ebraica in tutte quelle persone laiche e non religiose che fino a quel momento hanno vissuto fuori da ogni vita religiosa nell’ebraismo. Di come un ebreo, torni a volere fortemente la sua piena identità ebraica “a causa dell’antisemitismo” e di come l’odio antiebraico in molti abbia l’effetto opposto di “fortificare” il proprio orgoglio di essere di essere figli di Israele.

Ebbene, succede anche al nostro Professor Lewin, che tra le sue più strette amicizie a Oslo avrà il professor Sigmund Mowinckel, Docente presso la Facoltà di Teologia di Oslo, e col quale Lewin inizia un epistolario eccezionale, basato soprattutto sulle questioni del Talmud e dell’antico testamento.

Mowinckel era abbastanza noto anche come editorialista, in particolare sul quotidiano norvegese Tidens Tegn, dove nel 1924 aveva pubblicato un interessante articolo contro l’antisemitismo e l’antigiudaismo religioso.

Ma Lewin, nel tentativo di poter finalmente emigrare in Svezia, aveva anche intrapreso epistolari con altri importanti studiosi, ad esempio su argomenti quali il folclore della Svezia, ed in particolare con Paul Leser, antropologo studioso del folclore che proprio dalla Germania nazista per la Svezia era fuggito. I testi di alcune delle lettere scritte da Lewin a Leser, tuttavia, specificano come l’interesse di Lewin per la Sardegna e per gli studi sulla Sardegna sono sempre presenti, in una lettera infatti del 1939, Lewin scrive a Dorf: «Come potrei vivere facendo lo scrittore? E poi in secondo luogo: la mia domanda per la Svezia è stata respinta, fare un viaggio lì sarebbe inutile, e perfino la mia conferenza proposta a Stoccolma sulla lingua sarda non è stata più presa in considerazione. Pertanto è evidente che non potrò mai recarmi in Svezia».

Leggendo questa lettera, si ha un piccolo patema d’animo, perlomeno da sardo, nel leggere come il prof. Lewin abbia tentato in ogni modo di raggiungere la neutrale Svezia addirittura programmando una conferenza sulla lingua sarda a Stoccolma, la città che non molto tempo prima aveva dato il Nobel alla nostra Grazia Deledda, e che tale conferenza non sia poi mai stata programmata. Avrebbe potuto essere, se organizzata, l’occasione di un suo definitivo salvataggio, in quella che è rimasta una nazione neutrale e che ha dato salvezza a molti ebrei in fuga da Danimarca e Norvegia. Ma non fu il destino di Eugen Lewin.

In un articolo pubblicato da Leser sulla condizione dei profughi in Norvegia, quest’ultimo riporta proprio la vicenda incredibile della emigrazione di Lewin da Cagliari alla Norvegia.

Il 9 agosto 1939, a un passo dalla scadenza del permesso di soggiorno datogli in Italia, Lewin, che rischia di ritrovarsi espulso, prenota appunto un viaggio in nave per la Norvegia passando da Francia e Belgio, un viaggio che deve durare 35 giorni, e che, come leggiamo praticamente su questo incredibile resoconto, ha la sciagura di “sbattere” violentemente contro il 1 settembre 1939 e l’inizio del secondo conflitto mondiale.

Rievoca infatti Lewin: «Arrivammo allo stretto di Gibilterra il 1 settembre 1939, trovando il caos e il blocco causato dalla situazione in cui Inghilterra e Gran Bretagna avevano dichiarato guerra alla Germania che aveva appena aggredito la Polonia… e fummo bloccati. Da Gibilterra a Bergen la nave impiegò dieci giorni: con venti forti, costeggiò la costa verso nord. Quando la costa norvegese apparve a ovest dello Shentldandinsen, il capitano mostrò i messaggi di SOS. Dopo tutte le preoccupazioni e le paure che gli ultimi mesi del mio soggiorno a Cagliari avevano portato con sé, ero distrutto, e in questo stato arrivai a Bergen».

Lewin aveva portato con se in Norvegia tutta la sua collezione di aratri sardi6, ma viveva assolutamente senza alcun sostentamento, e ospite a Oslo della famglia Arsch7, e provvedeva a lui integralmente la comunità ebraica di Oslo con fondi per profughi indigenti.

Nell’aprile del 1940, dopo l’invasione nazista del paese, Lewin lascia Oslo e tenta di avvicinarsi disperatamente e inutilmente al confine con la Svezia, recandosi a 200 km dalla città nella località di Vang in Valdres. Qui, prende una identità falsa e inizia a vivere col nome di Torgrim Stuestol.

Già dal maggio 1940, tuttavia, il nome di Lewin è schedato nelle liste degli ebrei che sono compilate con puntiglio dalla polizia.

Nella primavera del 1941, attorno a Lewin il cerchio inizia sempre più a stringersi, e a tradirlo sono purtroppo alcune lettere che continua a inviare all’esterno, che vengono mano a mano intercettate, fino a quando il 9 maggio 1941, il capo della Gestapo di Norvegia in persona Wilhelm Wagner, procede al suo arresto a Vang.

Sono i contenuti di molti degli scritti di Lewin a smascherarlo e a stringere letteralmente attorno a lui un cappio incredibile, con l’accusa di essere non solo un ebreo che si nasconde, ma per giunta uno straniero in fuga dal Reich, e soprattutto un intellettuale troppo liberale, che esprime nei suoi scritti idee troppo evidenti di libertà e di antinazismo.

Viene internato nella prigione di Mollergaten, dove stando ai resoconti venne torturato in maniera terribile ma mai trasferito in altre prigioni per ebrei come quella di Grini, segno che la Gestapo lo voleva tenere per sé per arrecargli un destino diverso.

Viene deportato dalla Norvegia il 6 settembre 1941, ed entra nel lager di Mauthausen come prigioniero politico con la matricola 944453.

Come tutti gli ebrei internati a Mauthausen, viene destinato nel settore specifico e non ha assolutamente possibilità di salvezza.

Il registro del campo segnala la sua morte il 3 ottobre 1941, alle ore 16,40, con una lapidaria e teutonica motivazione di “colpo” cardiaco. Una motivazione solita e di prassi per i decessi e gli omicidi in quello che era il solo campo di concentramento nazista classificato come categoria III, la peggiore, quella da dove sicuramente non vi era possibilità di sopravvivenza.

In un articolo scritto dallo storico Kristian Ottosen nel 198614, di Lewin viene narrato un altro destino: viene infatti riportato in esso di come sia stato ancora in vita nel 1942 e sia stato quindi vittima del “repulisti” degli ebrei internati e ancora in vita a Mauthausen nel maggio 1942 e da lì destinato, come la maggior parte degli ebrei europei, nel campo di sterminio e di concentramento di Auschwitz Birkenau per essere lì eliminato. Ma è sicuramente una informazione sbagliata, sconfessata dallo storico Mendelsohn, il quale coi dati Bad Arolsen alla mano conferma come fosse impossibile per un ebreo sopravvivere a Mauthausen oltre i tre mesi di detenzione. 

La venuta alla luce del terribile destino di Eugen Lewin, che nessuno perlomeno in Italia finora aveva approfondito, ci pone tante terribili domande sulla attualità di queste vicende, in un periodo in cui l’antisemitismo, travestito spesso da antisionismo, spesso riemerge, e in un momento in cui parlare di tutto quello che è ebraico è molto difficile.

Tuttavia, questa vicenda potrebbe essere per la città di Cagliari soprattutto una occasione per fare i conti col proprio passato e magari per dedicare un momento di riflessione a questo “nostro” ospite per un breve periodo, e magari per cercare di far venire alla luce in maniera migliore i suoi studi sugli aratri sardi e sulla lingua e il folclore sardo, studi coi quali sicuramente ha dato maggiore lustro alla nostra bella Isola.

Alessandro Matta

(direttore Associazione Memoriale Sardo della Shoah)

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