Cos'è che distingue un eroe? Un potere? La famiglia da cui proviene? Il destino?

Da sempre l'uomo si chiede che cosa siano il bene e il male, due categorie che vorremmo tenere al di fuori di noi. Ma bene e male, e gli studi successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale (Hannah Arendt, Stanley Milgram, Philip Zimbardo) ce lo hanno reso inequivocabile, sono separati da una linea sottile che ci attraversa. Una linea che si chiama scelta.

Harry Potter non è buono. Harry Potter sceglie il bene, e questa è una differenza sostanziale. Quando il cappello parlante lo smista – e anche, nel futuro, quando lo metterà in dubbio rispetto alla propria appartenenza – Harry risponde “non Serpeverde”. Sa, sente in maniera istintiva che il male lo abita, il cappello lo rinforza, “potresti fare grandi cose”. In un mondo ossessionato dalla purezza del sangue, la prima scelta di Harry è rifiutare un’identità imposta, un’appartenenza che è metafora esplicita del razzismo.

Non è neppure la profezia a renderlo un eroe: questa descrive solo cosa potrebbe accadere, non cosa Harry è. È Silente stesso a dirlo: è stata la scelta di Voldemort a dare peso alla profezia, e questo esplicita che il destino non esiste senza una scelta. Di compiere il male così come di amare. Amare, difatti, è un verbo, e come tale si regge nella misura in cui è attivo, esercitato. L’amore si pratica. La protezione che Lily lascia su Harry, il suo amato figlio, è la conseguenza concreta di una scelta: morire per qualcuno. Il bene in Harry Potter si manifesta sempre come atto, mai come stato d’animo.

Se questo ha un senso da un punto di vista drammaturgico lo ha perché le storie sono metafora della vita, e oggi più che mai, il 25 aprile, non possiamo non pensare che i partigiani compirono una scelta. Non con i fascisti. Non con i nazisti. Non con chi sopprime libertà con la violenza, ma sempre per la libertà che sia di tutti e per tutti. Per tutti. Lo stesso moto interiore che ha Hermione quando fonda il Crepa, Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Proletari e Alienati: un movimento che vuole restituire la libertà anche a chi crede di non meritarla, perché appartenente a una “razza inferiore”.

Gli elfi stessi sembrano non voler essere liberati, eppure Hermione insiste, perché capisce che chi è oppresso può aver interiorizzato la propria oppressione. La libertà a volte va difesa, addirittura pretesa, anche per chi non riesce ancora a chiederla. È una lezione difficile, e il parallelo sembra un funambolismo: eppure, molti italiani nel 1943-45 non chiedevano la Resistenza. La maggioranza stava a guardare, in attesa. I partigiani combattevano anche per loro, anche per chi non li sosteneva apertamente, per chi temeva le conseguenze che la libertà avrebbe potuto portare. Ma, si sa, la lotta per la libertà degli altri è spesso solitaria e incompresa.

D'altronde, lo racconta magistralmente Calvino ne "Il sentiero dei nidi di ragno" che il peggiore di quelli che lottava per la libertà era comunque migliore del migliore di chi, la libertà, la voleva lasciar gestire a feroci dittatori, perché è la ragione per cui combatti che ti identifica, che rende la tua appartenenza a un lato della storia, quello giusto o quello sbagliato. E non c'è nulla di divisivo, in questo.

Sette libri, migliaia di pagine per insegnarci che il bene e il male non sono entità astratte o categorie ontologiche: sono scelte, pratica quotidiana, esercizio di libertà. È però importante comprendere che se è una libertà scegliere il bene, questo implica che lo sia anche scegliere il male. I Mangiamorte non sono mostri. Certo, ci sono i fanatici e i folli tra loro, ma alcuni hanno solo scelto di non opporsi, di aderire per paura o convenienza. Draco Malfoy è forse l'esempio più potente: non è malvagio, è un ragazzo che ha paura e obbedisce. Nel momento in cui finge di non riconoscere Harry ne “I doni della morte” sceglie il bene, o quanto meno sceglie di non compiere il male. Che raramente ha la faccia di Voldemort. Più spesso ha la faccia dell'indifferenza, della viltà, del “non mi riguarda”. Hannah Arendt l’avrebbe chiamata la banalità del male.

I partigiani non sono nati eroi. Erano ragazzi, ragazze, contadini, operai, studenti, donne, persone comuni che a un certo punto dissero: non oltre. Non più. Molti avevano tutto da perdere. Molti persero la vita. Non avevano la certezza di vincere, non avevano profezie, non avevano Albus Silente a guidarli. Scelsero il bene in condizioni di incertezza totale, e questo rende la loro scelta, se possibile, ancora più grande. Come Hermione con gli elfi, combatterono per un'idea di libertà e dignità che andava oltre il proprio interesse immediato.

Il 25 aprile, dunque, non è memoria: è promemoria che il bene esige di essere scelto. Non è sufficiente non essere Voldemort o Hitler. Bisogna essere disposti a essere Hermione, e lottare per la libertà anche di chi non crede di meritarla, essere Ron, capaci di commettere sbagli ma di tornare sui propri passi, ed essere infine Harry, che di fronte alla lusinga del potere sceglie. Ché libertà è scelta, sempre.

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