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approfondimento

Bugno: "30 anni fa la mia impresa, ma non ci penso più"

Il 6 giugno di trent'anni fa, mentre l'uomo in rosa sistemava la zip della maglia prima di salire sul podio in una Milano ancora da bere, eravamo pur sempre nell'età dell'innocenza
una foto recente di gianni bugno (dal sito cycling weekly)
Una foto recente di Gianni Bugno (dal sito Cycling Weekly)

Mentre quell'uomo in rosa alzava le braccia al cielo, scorrevano forse gli ultimi fotogrammi di un'Italia ancora spensierata, coi postumi della sbornia lasciata dallo splendore posticcio degli anni '80. Magari non eravamo più felici di adesso, ma ci sembrava. Stavano per iniziare i mondiali di calcio del 1990, traguardo posto idealmente a fine corsa di un decennio sorprendente: nato nel clima cupo del terrorismo rosso e nero, si era incredibilmente affrancato dal piombo per diventare un piccolo, imperfetto miracolo italiano. L'avanzata nella classifica dei Paesi più sviluppati, l'esplosione delle tv commerciali coi loro circenses che ci distraevano da altre cose. L'edonismo più o meno reaganiano.

Bugno in maglia rosa al Giro del 1990
Bugno in maglia rosa al Giro del 1990

Il nuovo decennio avrebbe poi fatto cadere il velo di ipocrisia sui nostri peccati, portandoci Tangentopoli, le stragi di mafia, un bipolarismo malato destinato a trasformare gli avversari politici in nemici carichi di odio reciproco. Ma il 6 giugno di trent'anni fa, mentre l'uomo in rosa sistemava la zip della maglia prima di salire sul podio in una Milano ancora da bere, eravamo pur sempre nell'età dell'innocenza. Rispetto al traguardo dei mondiali, in realtà, nelle settimane successive gli eroi del calcio nazionale si fermarono pochi centimetri prima, nella sciagurata semifinale con l'Argentina. Ci avevano comunque regalato un mese di notti magiche. L'uomo in rosa, invece, il suo traguardo l'aveva tagliato trionfalmente. In testa dal primo all'ultimo giorno del Giro d'Italia, che in tre settimane aveva attraversato lo stivale risalendo da Bari fino alle Alpi. Certo, Gianni Bugno non appariva il simbolo giusto per archiviare i gaudenti anni '80. Aveva allora solo 26 anni, ma una saggezza antica. Di poche parole, per niente spaccone, non era in teoria il genere di corridore-cannibale capace di dominare il Giro dall'inizio alla fine. Come Eddy Merckx, l'unico campione dell'era moderna a conquistare nel 1973 la vetta nella prima tappa per non cederla più: i soli precedenti (Girardengo nel 1919, Binda nel 1927) risalgono a una fase pionieristica, non paragonabile. Anche per questo l'impresa di Bugno resta nella storia. "Ma io, quando ho preso la maglia rosa a Bari, non pensavo mica di tenerla fino alla fine", racconta oggi Bugno, a trent'anni da quella primavera memorabile. "Ho sempre pensato giorno per giorno, tappa per tappa. Certo, una volta presa la maglia non volevo perderla. Mi hanno aiutato tante cose: la squadra, il pubblico. Sono stato anche fortunato". L'ebbrezza collettiva dovuta all'avvicinarsi dei mondiali, ricorda lui, forse ha inciso sull'entusiasmo della gente, ma in corsa non ci si pensava: "Ero concentrato solo su quello che stavo facendo", assicura.

Bugno batte Chioccioli a Sassari nel 1991 (archivio L'Unione Sarda)
Bugno batte Chioccioli a Sassari nel 1991 (archivio L'Unione Sarda)

La pedalata sicura sul lungomare di Bari, nella breve cronotappa inaugurale, è anche l'ultima immagine di Bugno in quel Giro con la casacca del suo team, la Chateau d'Ax di Gianluigi Stanga. Da quel pomeriggio vestirà sempre il simbolo del comando. Inizialmente con appena 3 secondi di vantaggio, poi ridotti a uno, su Thierry Marie. Ma già dalla terza frazione, al primo accenno di arrivo in salita, l'uomo in rosa stacca tutti gli altri pretendenti alla vittoria finale. Sul traguardo di Monte Vesuvio gli è davanti solo Eduardo Chozas, specialista delle scalate: a un certo punto della tappa il distacco in favore dello spagnolo è tale da proiettarlo in testa alla classifica generale, ma Bugno recupera e resta leader con 43 secondi di margine. Resterà l'unico momento in cui il corridore italiano rischia di perdere la vetta. Nel ciclismo si dice che la maglia rosa conferisca un'energia speciale a chi la indossa. Bugno lo spiega con concetti meno "magici": "Come ripeteva un noto politico, il potere logora chi non ce l'ha. Se sei in testa non devi rincorrere nessuno, ci devono pensare gli altri a inventarsi qualcosa". Lui comunque non interpretò in senso difensivo la sua posizione privilegiata, e decise spesso di attaccare per primo anziché aspettare che lo facessero gli avversari. Grande condizione in salita, strepitoso a cronometro: Bugno darà un altro scossone alla classifica vincendo l'arrivo a Vallombrosa, e poi alla decima giornata, dopo la cronoscalata di Cuneo, metterà già più di 4 minuti tra sé e il secondo (Marco Giovannetti). Raramente una corsa a tappe di tale prestigio era apparsa decisa così presto. "I distacchi sono aumentati subito perché avevamo fatto già varie salite e cronometro, niente di particolare", dice Gianni Bugno con la consueta modestia. Uscì in fretta dai giochi il francese Laurent Fignon, vincitore l'anno prima, secondo molti il rivale più insidioso: "Anche per me era l'uomo da controllare", confessa Bugno, "quando ho visto che accumulava distacco ero già più tranquillo. Poi è caduto e allora il primo avversario è diventato Charly Mottet". Ma neanche lui riuscirà a impensierire il leader della classifica, che addirittura potrà lasciargli la vittoria di tappa nell'arrivo in coppia sul Pordoi. Nella graduatoria finale Mottet sarà secondo a sei minuti e mezzo, un divario degno di altre epoche. Per dire: l'anno prima, entro quel distacco erano finiti sette corridori. "Adesso sembra facile, ma non lo era", precisa però il vincitore. "C'erano momenti in cui mi sentivo meno sicuro, in queste gare non si sa mai. In altri invece prendevo fiducia, specie a fine tappa, quando pensavo: anche oggi resto in rosa, ho messo un altro tassello". La sicurezza di aver vinto? "Solo a Milano", la tappa conclusiva, giura Bugno: "Nelle corse, finché non tagli il traguardo può sempre succedere qualcosa". Ma già prima dell'epilogo gli appassionati italiani avevano trovato un nuovo idolo, dopo la fine del mito di Moser e Saronni (e a luglio il Tour avrebbe consacrato Claudio Chiappucci, rinnovando il dualismo delle due ruote). Vincendo pochi mesi prima la Milano-Sanremo e mostrando una classe eccelsa al Giro, quel ragazzo educato e dall'espressione sempre un po' pensierosa aveva conquistato tutti. Un nuovo orgoglio nazionale, perfetto per lanciare la volata agli azzurri del calcio, che stavano per iniziare la loro avventura. Come già ricordato, il passaggio di testimone fu completo sotto il profilo dell'entusiasmo, non sotto quello del risultato finale. Fu una primavera di promesse non del tutto mantenute. Dopodiché l'Italia entrò nel nuovo decennio, che sostituirà le paillettes del Drive-in con le dirette tv da Capaci e via D'Amelio. In qualche modo anche Bugno non fu più lo stesso, almeno nelle corse a tappe: nel 1991, da super favorito, dovette invece cedere lo scettro del Giro a Franco Chioccioli. Tra i pochi acuti, uno arrivò in Sardegna, sede delle prime tre frazioni, con lo sprint proprio su Chioccioli nella semitappa di Sassari. Bugno però si toglierà altre grandi soddisfazioni con le belle prove al Tour (ma per la vittoria finale Miguel Indurain era imbattibile) e nelle corse in linea, in particolare con i due trionfi consecutivi al Mondiale, nel 1991 e 1992. "Non so se potevo fare di più, non ci penso mai", riflette oggi: "Non ho rimpianti. Non penso spesso neanche al Giro del '90: è un bel ricordo, ma resta lì". Tra i ricordi vincenti c'è anche quella volata in Sardegna, sì, "ma delle tappe del 1991 nella vostra isola mi vengono in mente soprattutto i paesaggi bellissimi. Li ho conosciuti bene, perché per molti anni con la mia squadra siamo venuti a fare la preparazione invernale ad Arborea. Posto splendido per allenarsi, c'era lo stagno con i fenicotteri". Rosa anche loro, come la sua maglia preferita. "So che ora la Sardegna ha subìto molti danni al turismo per l'emergenza Covid", prosegue, "spero che possiate ripartire nel miglior modo possibile". Per Bugno la vita non è cambiata molto col lockdown: ha continuato a volare sugli elicotteri del 118, il suo lavoro da molti anni. "Da ragazzo volevo entrare all'Accademia, invece ho fatto l'atleta: ma mentre correvo ho preso il brevetto da pilota, e poi ho realizzato il mio sogno. Non mi occupo di pazienti Covid, per quelli servono elicotteri e procedure speciali. Ma la gente continua ad aver bisogno di aiuto anche per infortuni, traumi, infarti". Malgrado l'impegno alla guida dell'associazione dei corridori, il rapporto col mondo del ciclismo non è più strettissimo: "Non ho nostalgie e non mi interessa stare sotto i riflettori, non è il mio carattere. Quando era il mio momento l'ho fatto, basta così. È bello arrivare sul gradino più alto del podio, ma poi c'è un altro gradino per scendere e lasciare spazio agli altri". Talmente distaccato da aver regalato le maglie, le medaglie e gli altri cimeli delle sue vittorie: "Sì, è vero", conferma Bugno. "Perché? Perché non voglio vivere di ricordi. Io penso sempre al futuro". Alla tappa di domani.

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