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la grande mela

New York, questo virus "peggio dell'uragano"

"Mai vistala città in queste condizioni. Neppure quando è passato l'uragano Sandy"

La metropoli che non dorme mai, capitale economica del pianeta, si è trasformata. Strade semideserte, ristoranti e locali chiusi, il ponte di Brooklyn desolante. New York, 8,6 milioni di abitanti, investita dal treno coronavirus barcolla: oltre 37mila contagiati e 385 morti finora. «Mai vista in queste condizioni. Qualche anno fa è passato l'uragano Sandy», che nel 2012 provocò inondazioni, allagamenti, il distacco dell'energia elettrica per milioni di persone e 17 morti, «ma non è paragonabile. Questo è peggio». "Questo" è il Covid-19, la cui diffusione ha lanciato gli Stati Uniti al terzo posto tra i Paesi del mondo per numero di contagiati. «Avvisavo che stava per accadere: mi consideravano quasi un allarmista».

Un locale a New York
Un locale a New York

La superficialità

Invece Andrea Mocci, sardo di Cagliari, 50 anni, da 13 nella Grande Mela, sapeva quel che diceva. Seguiva l'evolversi della situazione in Italia «come fossi lì» e ha capito che presto anche oltre oceano avrebbero avuto problemi. «Era evidente. Ma qui hanno reagito con molta superficialità, come accaduto in Italia all'inizio. La fotocopia. Da voi erano già stati avviati controlli rigorosi, qui l'aeroporto Jfk era aperto. Come niente fosse». Poi la presa di coscienza e la decisione del governatore Andrew Cuomo, che ancora è in aperta polemica col presidente Donald Trump, di fermare tutte le attività non essenziali. E la megalopoli che non dorme mai, con migliaia di taxi gialli sempre in giro e milioni di persone in giro tra Times Square, la Fifth avenue e il Central park, si è (quasi) svuotata.

Una strada di New York
Una strada di New York

Piatti sardi a Brooklyn

Proprietario con la moglie Giovanna Fadda del ristorante River Deli (cucina regionale sarda) a Brooklyn, Mocci vive a un passo dal locale e si sposta in bicicletta. Lui e la moglie hanno avviato l'attività dieci anni fa riscuotendo subito successo. «Il quartiere è benestante e il livello di studi elevato». Il locale, aperto solo la sera, si trova a un passo dal fiume proprio davanti a downtown Manhattan, la punta sud del quartiere più famoso di New York. Entravano anche «100 persone al giorno». Poi è cambiato tutto. «Già cinque giorni prima dell'ordinanza con cui il sindaco riduceva i posti del 50 per cento in tutti i ristoranti noi li avevamo ridotti del 70 per cento». Eppure i clienti arrivavano lo stesso. «Io spiegavo, alcuni capivano. Dicevo loro che ero in grado di predire il futuro e che presto il locale sarebbe stato chiuso». È avvenuto pochi giorni fa. Quindici dipendenti mandati via, stop ai malloreddus alla campidanese, «il piatto in assoluto più venduto da dieci anni», al pane frattau, al branzino alla vernaccia, al pasticcio carlofortino, alla pasta con bottarga. Tutti a casa sino al 2 aprile. «Ma la chiusura sarà prorogata. Penso almeno sino a luglio. A essere ottimisti».

La sottovalutazione

Scelta inevitabile. «Paura? Non voglio prendere il virus». I primi casi si sono registrati «circa due settimane fa a New Rochelle, una zona dello Stato di New York». Da lì il virus ha camminato, il governatore ha chiuso alcune aree della città, la Guardia nazionale ha cominciato a distribuire cibo. «Ma in una città così affollata, con la metropolitana ora vuota ma prima piena di pendolari senza alcuna protezione, era ovvio che le cose sarebbero peggiorate. La mattina la città si è svuotata, il 100 per cento di chi lavora negli uffici ora lo fa da casa. La gente preferisce stare a casa la sera e il traffico è diminuito drasticamente. C'è un senso civico molto alto e si eseguono gli ordini tenendo la distanza di due metri. Ma c'è ancora troppo movimento, tanta gente passeggia in giro. La notte non si possono bere alcolici per strada, però alcuni bar vendono drink takeaway e le persone si accalcano al bancone: che senso ha? Qui ci sono tanti giovani e si pensa che sì, la situazione è grave ma in fondo chi sta molto male sono i più anziani». Però di tornare in Sardegna «non abbiamo mai pensato. Sono sicuro che gli Usa e New York abbiano risorse talmente grandi ed estese che, seppure in lieve ritardo, riusciranno a far fronte alle esigenze. Vivo benissimo, mia figlia è nata qui tre anni fa. Il tempo è volato. E quando l'emergenza passerà, richiamerò tutti al lavoro».

Andrea Manunza

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