CRONACA SARDEGNA - ORISTANO E PROVINCIA

Ghilarza

Manuel Careddu, la madre sul luogo del martirio: "Io non perdono"

Il dolore e la rabbia di Fabiola Balardi a un anno dal ritrovamento del corpo di suo figlio
la madre di manuel sul luogo del martirio (foto l unione sarda chergia)
La madre di Manuel sul luogo del martirio (foto L'Unione Sarda - Chergia)

Non è facile sistemare quel mazzo di margherite. La terra è dura sotto quella quercia solitaria, nata per caso sull'orlo di un enorme campo vuoto, giallo, pulito. "Tanto me li buttano via, come gli altri fiori che ho portato".

Accende una sigaretta e aspira forte, Fabiola Balardi. È passato un anno dal ritrovamento del corpo di suo figlio, scomparso l'11 settembre del 2018 e sepolto proprio lì, sotto quell'albero, vicino ad un muretto a secco pieno di rovi.

Fabiola appoggia il mazzo di fiori alla corteccia fresca, senza neppure togliere l'involucro, cercando di dare un senso ad un gesto stanco, frettoloso. Si allontana subito. Un'altra boccata di fumo, stabilizza la rabbia. Due cani, spettatori curiosi e immobili, dall'altra parte del muretto a secco, attendono invano che succeda qualcosa.

"C'era una pozza d'acqua lì sotto la prima volta che sono venuta. Avevo portato a Manu un ciclamino bianco, in un vasetto. Hanno buttato via anche quello".

IL RITROVAMENTO - Quando il corpo di Manuel Careddu è stato disseppellito dagli inquirenti, lei non c'era. "Non mi hanno voluto - racconta - sono venuta qui solo dopo il funerale, con gli amici di mio figlio".

La buca è stata scavata a pochi metri dalla strada, all'interno di un recinto, chiuso da due vecchi pannelli solari: era tutto lì quello che restava di Manuel, un bel ragazzo, magro e altissimo, sepolto in una buca troppo stretta, 'incaprettato' e col cranio sfondato da una roncola.

"Aveva ancora la sua felpa grigia addosso, mi hanno detto. Volevo guardarlo ancora una volta, ma non me l'hanno permesso - racconta Fabiola Balardi - volevo vedere come lo avevano ridotto, il mio Manuel. Sapevo da un mese che mio figlio era morto, dalla sera stessa della sua scomparsa. Avevo percepito che era successo qualcosa. Non era la prima volta che Manu non rientrava, lo faceva spesso, ma mi avvisava, sempre. Quella sera è stato diverso".

LA NOTTE PIÙ LUNGA - Accende un'altra sigaretta e continua a ricordare le sensazioni di quella lunga notte insonne, in attesa del suo ritorno. "Sapevo che era andato a Cagliari per prendere la 'roba' da dare a un tizio di Ghilarza. Manuel mi diceva sempre tutto. Non riuscivo a convincerlo a smettere di fare quella vita, troppe volte ho cercato di tirarlo fuori da quel giro. Non era facile. Aveva la testa dura".

Manuel non è mai stato un ragazzo facile da gestire. "L'ho ritirato da scuola perché ne combinava di tutti i colori - racconta con un'espressione poco più dolce, quasi orgogliosa - non era cattivo, ma non si faceva mettere i piedi in testa".

Ha preso la licenza media, poi qualche lavoretto da servo pastore, ma niente di importante. "Era un ragazzo molto chiuso - racconta - come me del resto". Ma il loro rapporto era forte e sincero: Fabiola lo ha avuto a 22 anni e lo ha tirato su da sola. A fatica. Il loro legame era vero, quasi un rapporto tra amici.

"Mi chiamava sempre, sapevo sempre dov'era. Manu non mi faceva mai preoccupare".

LA RICERCA - Due giorni dopo la scomparsa del figlio, Fabiola Balardi era già in giro per le campagne di Soddì, vicino al lago, alla ricerca del corpo del suo 'bambino' . "Sentivo che era morto e sapevo anche chi lo aveva ucciso. Qualcuno mi aveva detto che lo avrei trovato vicino al lago... La gente parla".

Ha girato a vuoto, per giorni battendo tutti i sentieri vicino all'Omodeo. Una zona di macchia bassa che pian piano sfuma fino alle sponde del lago. Passato Soddì si imbocca una stradina che porta giù, tra i campi incolti, interrotta da una sbarra bianca e rossa. "Siamo arrivati".

IL LUOGO DEL DELITTO - Fabiola scende dall'auto con le ultime frasi di Manuel che le rimbombano dentro la testa, quelle registrate dai microfoni sistemati nell'auto dei suoi killer e riascoltate in aula durante il processo.

"Lui sapeva che sarebbe successo qualcosa - racconta Fabiola - in macchina chiedeva 'ma volete picchiarmi?', e loro lo tranquillizzavano, rispondendo che il tizio che doveva pagare la merce li aspettava in campagna perché non voleva essere visto. Lui si fidava della ragazza, per quello è salito in auto".

Arrivati alla sbarra Manuel è sceso dall'auto con Christian Fodde per incontrare Riccardo Carta arrivato in moto carrozzella. I due minorenni sono rimasti in macchina mentre Manuel ha fatto i suoi ultimi passi su quello sterrato: poco più avanti, un colpo di roncola gli ha sfondato il cranio.

"Lei è la peggiore, ha organizzato tutto, gli altri hanno solo eseguito" sentenzia, senza alcun dubbio. Non la chiama mai per nome, la insulta e basta. "Lo hanno lasciato lì, forse buttato in uno di quei cespugli. Non so bene dove, ma qui vicino. Forse lì dove c'è quella pietra".

Il profumo di lentisco è forte, le bacche sono quasi mature, un po' nere, un po' rosse. Fabiola Balardi resta immobile, all'ingresso di una lieve discesa, senza dire una parola. Guarda oltre, verso il lago. Annusando il dolore tutto attorno. "Qui è pieno di pietre, scavare non è facile. Il giorno dopo lo hanno spostato".

IN TRIBUNALE - Dopo qualche mese ha potuto guardarli tutti negli occhi, gli assassini di suo figlio, in Tribunale. Conosceva solo la ragazzina, compagna di scuola di Manuel: "Era lei l'unica amica di mio figlio, di lei si fidava, la peggiore del branco".

Sentire quelle intercettazioni ambientali, durante il processo, quei nastri gracchianti dove lei rideva e canterellava dopo l'omicidio, è stato peggio di una tortura fisica.

"Il dolore di una madre che perde un figlio non si può raccontare. Ma non credo che sia facile neppure stare dall'altra parte", dice. Ha parlato solo coi genitori di Matteo Satta, disperati: "Li capisco - annuisce - e cerco, anche se a fatica, di mettermi nei loro panni. Ma non sono tutti come loro - aggiunge - ho incontrato gli sguardi dei padri e delle madri degli altri imputati: occhiate di sfida, testa alta. Ma come fanno? Ho pensato tante volte a quello che avrei fatto se fosse stato Manuel a uccidere qualcuno. Giuro che lo avrei ammazzato con le mie mani".

La rabbia la logora e la consuma e il ricordo di suo figlio la tiene viva. "Il tempo? Non so cosa succederà, per ora so solo che non perdono".

Alessandra Raggio

© Riproduzione riservata

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