CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

l'intervista

"Amelia non se n'è andata, è a casa con i suoi giochi e mi dà la forza di vivere"

Parla Corrado Sorrentino, il papà della piccola Amelia, morta a 7 anni il 16 novembre 2018
corrado sorrentino pap di amelia (archivio l unione sarda)
Corrado Sorrentino, papà di Amelia (archivio L'Unione Sarda)

"Amelia non se n'è mai andata. È qui, solo che noi non abbiamo la capacità di vederla". Corrado Sorrentino ha due pozzi di dolore in fondo agli occhi. Un anno fa la sua Amelia è morta, aveva sette anni, era una bimba sana che amava nuotare, giocare e disegnare unicorni. A portarsela via all'improvviso è stato un volvolo intestinale.

Da allora il padre s'è messo a capo di una missione: "Sfruttare l'opportunità che mia figlia ha dato a me, a mia moglie e alla comunità: essere persone migliori". Sabato alle 16.30 nella chiesa di San Giacomo verrà celebrata la messa per il primo anniversario. Domenica nella piscina Sicbaldi di Terramaini si terrà il primo trofeo Amelia Sorrentino organizzato dalla società sportiva Atlantide. Intanto l'associazione intitolata ad Amelia in dodici mesi ha già donato macchinari e arredi ai reparti pediatrici dell'ospedale Brotzu.

Corrado Sorrentino, 45 anni e un armadio di coppe e medaglie conquistate in vasca, ricomincia da qui.

"Il 16 novembre del 2018 sono morto, questo è l'unico modo per provare a rinascere".

Non è più lo stesso?

"No, perché adesso so cos'è la vita. Me l'ha insegnato Amelia".

Cosa è?

"Solo due cose: la vita e l'amore. Il resto non conta. Tanto quando finirà, saremo tutti uguali".

Lei è credente?

"Neanche un po'".

Come ha fatto a sopravvivere, a cosa si è aggrappato?

"Ad Amelia, se devo credere in qualcosa io credo in lei. L'ho vista nascere, crescere e morire. E morire in un modo per nulla normale. Deve esserci un senso".

Un anno fa temeva di dimenticare i ricordi più piccoli. Com'è andata, ha ancora paura?

"No, perché non ho perso nulla. Non potrò mai perdere nulla: mia figlia è con me. Fa parte di ogni cosa, del mio vissuto, non la perderò mai".

Diceva di volere anche le briciole. Come ha fatto a tenersele strette?

"Restano perché fanno parte di me, come tutto quello che lei è stata. Lei c'è ancora: la maggior parte delle sue cose sono dove le ha lasciate. Le scarpe in bagno, le ciabatte in cameretta, il giubbottino all'ingresso. Non è andata via, si è soltanto trasformata e io che sto facendo il mio percorso ora percepisco le cose in un altro modo".

Per questo Amelia è al centro di ogni sua iniziativa?

"È al centro della mia stessa vita. Io ormai seguo molto l'istinto, anche quando ci sono situazioni che richiedono decisioni non troppo chiare, ascolto quel che mi arriva a livello spirituale. Aspetto un segnale". Da Amelia?

"Non c'è dubbio".

Chi le dà la forza?

"Sempre lei. Io la storia di Amelia l'ho percepita come una situazione che andava oltre. Da subito ho capito che c'era qualcosa che non tornava. Altrimenti spiegatemi come ha fatto una bambina tanto piccola a sopportare tutto per cinque giorni e andar via per un'ischemia cerebrale".

Come ha fatto?

"Non lo so, ma di fronte a una cosa così assurda, perché non dovrei credere che ci sia un Oltre?".

Quanto l'ha aiutata il lavoro?

"Moltissimo per far passare il tempo".

La famiglia?

"Non so come spiegarlo, loro forse soffrono anche più di me. Mia madre e mio padre, per esempio, non solo devono soffrire per il dolore della nipote ma anche quello mio e di mia moglie".

È arrabbiato per quello che è successo?

"No, a cosa servirebbe?".

Come può darsi pace?

"In quest'anno le esperienze che mi sono capitate mi hanno reso chiara la presenza di Amelia sotto un'altra forma. È qui, ma ora io non ho la capacità di vederla".

La rivedrà?

"Sì. D'altronde, ammettiamo che sia come la penso io: se muoio stanotte sarò con lei. Se non è come penso io e muoio stanotte avrò smesso di soffrire. Comunque vada andrà bene".

La morte non le fa paura?

"Prima ne avevo il terrore, adesso so che sarà una liberazione, la fine di un incubo. Perché la vita è bellissima se serve ad aiutare gli altri. Altrimenti che senso ha? Le medaglie che ho vinto, per esempio, non servono a niente. Aiutare gli altri è lo scopo della vita. Però questa è una vita costretta".

Da cosa?

"Da me stesso. Perché nel momento in cui non ho l'istinto di buttarmi da un palazzo vuol dire che devo restare qua. Ma se resto devo essere come mia figlia: vivere a mille. Lei non era un treno, era un missile. Io devo vivere come lei".

Chi le è rimasto vicino in quest'ultimo anno?

"Migliaia di persone. Alcune che neanche conoscevo, sono state colpite dalla vicenda e hanno deciso di starmi accanto. Mi arrivano messaggi in continuazione da persone che mi dicono: 'È successo questo e ho pensato a quello che dici tu: che senso ha arrabbiarsi?'".

Ha incontrato chi ha ricevuto gli organi di Amelia?

"Purtroppo abbiamo potuto donare solo le cornee, perché per gli altri organi non c'era richiesta".

E ha incontrato chi le ha ricevute?

"No, per la legge non è possibile. Mi piacerebbe molto: guardare quegli occhi sarebbe speciale".

Va al cimitero?

"No, Amelia è a casa. Non avrei mai potuto permettere che stesse al camposanto, un posto così desolato. Si immagina di notte? Mia figlia è nella sua cameretta, con i suoi giochi, suo padre e sua madre. Amelia è presente".

Cosa farà nel giorno dell'anniversario?

"Non lo so".

Il pensiero le fa paura?

"Diciamo che stanno tornando a galla i cinque giorni in ospedale".

Senza l'associazione intitolata ad Amelia come avrebbe fatto?

"Quest'ipotesi non è contemplabile. Senza l'associazione non sarebbe esistito un percorso. Non potrei aiutare nessuno e allora nulla avrebbe più senso".

Mariella Careddu

© Riproduzione riservata

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