CULTURA

Dialogo con gli scrittori

Può esser bella l'indifferenza?

Il nuovo romanzo di Athos Zontini e un racconto sul male di vivere odierno
athos zontini (foto concessa)
Athos Zontini (foto concessa)

È una mattina come tante altre quella in cui Ettore Corbo, commercialista disilluso che lavora nello studio di famiglia ed è prigioniero di un matrimonio infelice, scopre di non riuscire più a vedere il volto delle persone. Vede invece un vuoto ovale da manichino. Spaventato si sottopone ad alcune visite mediche, ma non scopre nulla, tranne di non poter sfuggire a quella cecità selettiva che gli nasconde o forse gli mostra la natura dell’essere umano. Si apre, però, per Corbo la possibilità di guardare alle cose da una nuova prospettiva, che gli fa emergere l’inutilità e la falsità delle faticose relazioni che intrattiene con il resto del mondo. Sempre più chiuso in sé stesso ed estraneo alla realtà che lo circonda, il nostro protagonista vede aprirsi davanti un’altra possibilità di vita che per quanto assurda gli appare praticabile. Anzi, desiderabile.

Dopo il fortunato esordio con Orfanzia (Bompiani, 2016), Athos Zontini ci offre con La bella indifferenza (Bompiani, 2021, pp. 256, anche e-book) una coraggiosa riflessione sulla deriva apatica del nostro mondo. E lo fa con un romanzo sorprendente, in cui grottesco, commedia e tragedia si mescolano ad echi non comuni nella narrativa italiana contemporanea. A Zontini allora chiediamo come prima cosa quali sono le fonti di ispirazione del suo romanzo:

"La prima fonte di ispirazione è la metafisica di Giorgio De Chirico: un omaggio al pittore è già nel nome del protagonista, Ettore, per Ettore e Andromaca, uno dei capolavori di De Chirico. Così come la visualizzazione delle persone come manichini è un altro riferimento ai suoi quadri e l’ambientazione pomeridiana di gran parte del romanzo vuole rimandare alle atmosfere della serie Piazze d’Italia. Inoltre, metafisica è anche la geografia del libro".

In che senso?

"Ettore abita in una città che è formata da pezzi di città italiane, come se queste fossero sovrapposte e formassero un’unica metropoli indefinita. In modo non esplicito compaiono la torre Velasca di Milano, palazzo Zuccari e il Pantheon di Roma, la Fetta di Polenta, uno degli edifici più curiosi di Torino, il quartiere operaio di Bagnoli e il centro direzionale di Napoli".

La copertina del libro
La copertina del libro

Ma in questa realtà dove si incontrano e si sovrappongono luoghi e atmosfere diverse, cosa scatena la crisi esistenziale di Ettore?

"Al centro della crisi esistenziale di Ettore c’è la sensazione di vivere (lui come tutti quelli che ha vicino) la vita di qualcun altro. Nel senso che non ha scelto chi essere nella vita, si è lasciato trasportare da scelte comode che forse sarebbero andate bene per un’altra persona, ma non per lui. Mi viene in mente Natalia Ginzburg quando, in modo completamente diverso, parla nel suo Le piccole virtù della necessità di trovare la propria vocazione nella vita – quasi un’esortazione (ironica) all’egoismo – perché l’unico modo di tirare su dei figli felici è di essere prima felici come persone/genitori. Ettore, così come i personaggi di contorno, sono dei benestanti senza ‘vocazione’, che involontariamente producono infelicità per sé stessi e per chi gli sta accanto".

Meglio quasi essere indifferenti che capire il proprio male di vivere, sembra volerci dire il suo titolo. Ma come può essere bella l’indifferenza?

"La bella indifferenza è il nome di una patologia psichiatrica e sta a indicare l’atteggiamento di totale indifferenza di un malato rispetto alla gravità dei sintomi che manifesta. Quindi sì, la bella indifferenza è un ossimoro, l’indifferenza non è mai bella, ma è proprio questa contraddizione che mi ha attratto. Mi è parsa una metafora calzante della condizione umana".

Cosa perde Ettore Corbo nel momento in cui non riesce più a vedere le facce delle persone?

"Quello che perde Ettore, almeno all’inizio, ha a che fare con la capacità di relazionarsi alle persone che frequenta ogni giorno. Sua moglie, i colleghi di lavoro, i parenti: fa fatica a riconoscerli, distinguerli, quando parlano non sa mai come lo stanno guardando, non può leggere le loro espressioni. Anche gli sconosciuti, la folla per strada, non sono che una schiera indistinta e angosciante di esseri somiglianti a dei manichini e i comportamenti più ʻnormaliʼ diventano insensati. Dal suo orizzonte scompare l'essere umano. E tutta la sua rete di relazioni va in pezzi. Perde completamente il controllo sulla sua vita".

Ma perché proprio le facce scompaiono?

"L’idea che il protagonista di questa storia non riuscisse più a vedere i volti delle persone nasce per puro caso, quando una sera il figlio di amici, allora dodicenne, durante una cena mi ha detto: ‘Sai, c’è qualcosa di strano stasera. Tutti hanno la faccia. Di solito le persone non hanno faccia.’ Gli chiesi che intendeva, lui si mise a ridere e corse via, ma da quel momento non sono riuscito a smettere di pensare a cosa sarebbe accaduto a una persona se avesse smesso di vedere i volti".

Cosa invece acquista Ettore non riuscendo più vedere i volti?

"Una sorta di immunità al dolore. Senza vedere i volti, niente riesce più a toccarlo davvero. Che le persone intorno a lui siano tristi, allegre, sofferenti o malandate fa lo stesso. Non è più impietosito, influenzato, intimorito, non si sente più giudicato dai loro sguardi. Paradossalmente però il suo distacco sul lavoro, in famiglia, lo fa sembrare più sicuro di sé e un po’ alla volta tutti finiscono per prenderlo più sul serio, dargli più credito, perfino sua moglie sembra amarlo di più. Per un attimo, allora, si chiede se la sua patologia non sia in realtà una risorsa e si convince che da malato può avere una vita migliore. Quello che ci guadagna quindi è qualcosa di gelido, ma per un istante squarcia anche il velo di ipocrisia che copriva la sua vita. Emerge anche il contrasto tra il mondo reale e il mondo digitale, quello dei social: il primo diventa agli occhi di Ettore sempre meno autentico rispetto al secondo, quasi le persone riuscissero a essere davvero sé stesse, o perlomeno a proporre senza inibizioni l’immagine che hanno di sé, solo in assenza dello sguardo altrui. Certo, la domanda se la realtà sia come ci sentiamo o come ci vedono gli altri resta aperta…".

Stare troppo al mondo e nel mondo ci porta alla solitudine?

"Non so se stare troppo al mondo o nel mondo ci porta necessariamente alla solitudine. Credo che la solitudine – che non ha per forza a che fare col numero di persone che vediamo ogni giorno – venga più dall’aver fatto scelte casuali o che ci portano troppo lontano dalla nostra natura, dal nostro modo di essere, di vedere le cose. È così nel caso di Ettore: la sua vita è un susseguirsi di scelte ragionevoli e convenienti che però hanno prodotto effetti disastrosi, perlomeno dentro di lui. La malattia gli darà la consapevolezza di abitare una vita che non è la sua, dove riesce raramente a trovare un po’ di felicità. Tornando alla solitudine, quindi, forse non si tratta di stare troppo nel mondo quanto di trovarsi nel posto sbagliato".

Perché oggi si scrive molto sul male di vivere? Non è più possibile raccontare la bellezza della vita oppure la vita non porta con sé bellezza?

"Scriveva Rimbaud: ‘Una sera ho fatto sedere la bellezza sulle ginocchia e l’ho trovata amara…’. Il male di vivere, l’inquietudine, molto spesso sono proprio quello che spinge a scrivere. Riuscire a scrivere celebrando la bellezza della vita è una sfida, un punto d’arrivo, ma temo che per farlo sia necessario prima uccidere i propri mostri, essere come dei Mamuthones che spaventano gli spiriti maligni scalciando e urlando. Quanto a La bella indifferenza il male di vivere è visto attraverso una lente deformata che vuole generare un sorriso complice nel lettore. Mi auguro di aver scritto più una commedia, per quanto scura, che un dramma. Ettore, d’altra parte, per tutto il romanzo non fa che cercare la propria umanità e quella delle persone che ha vicino. La spinta è verso la gioia di vivere, verso la bellezza, per quanto 'amara'".

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