Non era affatto scontato che l’ultimo spin-off de “Il Trono di Spade” venisse recepito con un simile entusiasmo. Nato per ampliare sul piccolo schermo l’universo fantapolitico creato da George R.R. Martin, “A Knight of the Seven Kingdoms” sembra aver definitivamente riconquistato la fiducia dei fan, inizialmente delusi dall’emittente HBO dopo il finale divisivo della serie principale e lentamente ricredutisi grazie agli ottimi valori qualitativi delle due stagioni di “House of the Dragon”.

Nei panni di Ser Duncun l’Alto e del suo fedele scudiero Egg, lo show è tratto da una raccolta omonima di novelle ambientata circa un secolo prima degli eventi narrati ne “Il Trono di Spade”. Di ritorno a Westeros, in un’epoca in cui regna la dinastia Targaryen e i draghi sono ormai scomparsi, i due viaggiatori si incamminano per i Sette Regni in cerca di avventure e gloria, imbattendosi in nobili signori, cavalieri corrotti e intrighi di potere. Sebbene ancora alle prime armi e con molta strada da fare prima di potersi considerare un vero eroe, Egg nasconde già un importante segreto, capace di influire perfino sul futuro dell’intero continente.

Terminata con il primo ciclo di episodi lo scorso 22 febbraio, la serie può già ritenersi un unicum all’interno della saga, dopo essere riuscita nel non facile compito di attirare un pubblico trasversale, oltre a quello già consolidato. Fra i tanti motivi, il merito è da attribuire senz’altro al tono più leggero e scanzonato rispetto ai lavori precedenti, e soprattutto alla chimica irresistibile instaurata tra i due protagonisti. Non di meno, “A Knight of the Seven Kingdoms” si è dimostrata capace di rivaleggiare con le migliori offerte del servizio televisivo, registrando numeri da kolossal con quasi 13 milioni di spettatori per episodio e superando perfino gli eccellenti risultati del medical drama “The Pitt”.

Un altro aspetto, paradossalmente, da non sottovalutare è la natura più modesta dello show, che ha motivato fin da subito i creativi a investire al massimo sulle proprie idee, non potendo contare sulle garanzie di un grosso budget come accaduto invece per le produzioni precedenti. Un elemento emerso in particolare nell’episodio cinque, in cui è stato necessario, per allestire lo scenario di uno scontro armato, creare un intenso effetto nebbia, sopperendo così ai costi che non avrebbero mai potuto coprire l’impiego di migliaia di comparse.

Il lavoro compiuto, ancora una volta rispettoso e fedele al racconto originale, è stato descritto più nel dettaglio da Ira Parker: “Canonicamente, una nebbia avvolge Ashford la mattina del processo, quindi era molto importante per noi rappresentarla. Rende la scena di combattimento più grezza. L'abbiamo presa dal romanzo. Abbiamo usato elementi appropriati e George ha dato la priorità alla funzione rispetto alla forma. Ma abbiamo anche i due migliori coordinatori di acrobazie e secondi registi del settore. Onestamente abbiamo abbellito molto la nebbia”. E, constatando il potenziale creativo che spesso può nascere da risorse economiche limitate, ha aggiunto: “È buffo come il fatto di non avere soldi ti costringa a trovare modi davvero creativi che forse non avresti mai pensato se avessi avuto un budget più elevato”. Esplicitando l’impegno nel mantenere alta la qualità della produzione pur dipendendo da risorse modeste, ha chiarito: “Abbiamo circa un quarto del budget (rispetto agli altri show del franchise). Abbiamo dovuto stare attenti a come nascondevamo le cose e a come facevamo sembrare che non stessimo nascondendo nulla”.

Ad aver fatto altrettanto discutere è stato lo scontro tra appassionati esploso dopo l’uscita del quinto episodio. Confrontandosi a suon di critiche e giudizi trancianti su IMDb, alcuni avrebbero assegnato alla puntata dello spin-off lo stesso punteggio conferito da altri a “Ozymandias”, episodio di culto della serie “Breaking Bad”, che sul sito vantava fino a poco tempo fa il punteggio perfetto di 10/10 su una base di 340.000 voti. Il fatto avrebbe scatenato in breve tempo una faida tra due schieramenti, accaniti nell’abbassare reciprocamente i rispettivi punteggi e producendo l’effetto - inutile e ridicolo - di collocare entrambi sotto la soglia dell’eccellenza. Se non altro, al di là delle futili polemiche, si tratterebbe di un ulteriore prova della portata, in termini di culto e fama, ormai raggiunta da “A Knight of the Seven Kingdoms”. Ciò non può che far ben sperare per quanto ci attende nella prossima stagione, confermata da HBO alla fine dello scorso anno e attesa sugli schermi per il 2027.

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