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Western: un genere che merita di essere ricordato e venerato

Nato agli albori del cinema, la prima pellicola "The Great Train Robbery" durava 10 minuti
(ansa)
(Ansa)

Il genere "Western" appartiene a buon diritto agli albori della cinematografia. "The Great Train Robbery" ("Assalto al treno") è il primo documento che meriti la definizione di Film, essendo la sua durata addirittura superiore ai 10 minuti, con una trama, oltretutto, che la dice lunga sulla realtà sociale in cui versava l'America del tempo. In pratica, la corsa sfrenata dei pionieri verso quell'Ovest alla ricerca della pietra preziosa per eccellenza, i risvolti che annunciavano la costruzione in serie delle strade ferrate e la conseguente presenza di una delinquenza spesso senza controllo. Non dissimile, ad osservarla bene, dall'immortale "La febbre dell'oro", curiosamente avente lo stesso obiettivo, che Charlie Chaplin dedicò a quel particolare scossone della storia americana.

Il western ha raccontato il "Mito della frontiera", oggi inesistente da moltissimo tempo, fatto scoprire al grande pubblico la Monument Valley, presa spesso a luogo simbolico di svolgimento degli eventi, esaltato le gesta dell'America del primo Novecento: oggi certune pellicole che tentano di riportare in auge tale mito risultano artificiose e ridicole.

In sintesi, il suddetto genere è morto per consunzione e si ha l'obbligo di ricordarlo e venerarlo a dovere.

Erroneamente si tende a definire il western come una cinematografia non di primissima scelta, di grado inferiore a pellicole storiche che sono state tramandate nel corso dei decenni, tendenti al sensazionalismo ad effetto, spesso girate in luoghi chiusi e spazi ristretti. Niente di più falso: decine di western sono passati alla Storia.

Si aggiunga l'altra leggenda mai esistita e mai confermata che vuole solo prevalentemente maschile il pubblico disponibile alla visione di questo genere. Intendiamoci: il western ha fatto fuoriuscire dal sottobosco un'innumerevole quantità di pellicole tendenti al sarcasmo più assoluto. Un esempio eclatante: noi cagliaritani ricordiamo bene certuni film in locali come il 4Fontane, Eden, Airone, Due Palme, Arena Lucciola, dove con un solo colpo di pistola cadevano a terra stecchite tre o quattro persone. Era la cinematografia di "serie zeta", presente d'altronde in tutti i generi, e conseguentemente esterna ad alcuna classificazione. In realtà risulta doveroso e sacrosanto esaltare gli innumerevoli capolavori del western, anche i più datati, che probabilmente pochi hanno la fortuna di conoscere.

Oltre a questo, utile rimarcare i protagonisti: contrariamente a quanto si pensi, quasi tutti gli attori più importanti della storia del cinema, compresi Paul Newman, Marlon Brando, Burt Lancaster, Montgomery Clift, Orson Welles, Humphrey Bogart, Joel McCrea, Dean Martin, Rock Hudson... hanno interpretato ruoli western, anche se i maggiori e storici rappresentanti sono stati John Wayne, Glenn Ford, James Dean, Randolph Scott, Henry Fonda, James Stewart, Charles Bronson, Robert Mitchum, Clark Gable, Kirk Douglas...

Non di meno sono state grandi interpreti femminili Elizabeth Taylor, Joan Crawford, Marlene Dietrich, Natalie Wood, Rita Moreno, Olivia de Havilland, Marilyn Monroe, Vivien Leigh...

Più semplice selezionare i registi più in vista del genere western: in primis naturalmente il "padre" John Ford, ed a seguire Howard Hawks, Budd Boetticher, Anthony Mann, Allan Dwan...

John Ford riteneva che il genere western fosse altamente significativo ed educativo per lo sviluppo cognitivo dei giovani. Li invitava ad immedesimarsi nei personaggi che rappresentava, a sostituirsi ad essi e prendere spunto dai loro comportamenti per migliorare il proprio processo di critica o adesione ad un particolare tipo di società e civiltà. In particolare esortava loro a non considerare l'avversione verso gli Indiani, presente in molte sue pellicole, alla stregua di un'offesa. In seguito difatti li ripagò ampiamente con gli interessi.

Ford insisteva su un punto: gli Indiani erano solo un paravento ed un simbolo facile da criticare: in realtà a lui interessava evidenziare le vergogne dei cosiddetti "bianchi" che spesso in misura razzista si confrontavano con essi.

Non ho citato volontariamente il nostro mostro sacro Sergio Leone, per un motivo preciso. Leone è stato di un'intelligenza senza pari: ai primi degli anni Sessanta aveva capito che il western "classico" era finito, ed ha avuto l'eccezionale intuito di inventare quella che definisco "la parodia del western". Inevitabile pensare agli "spaghetti" ed alle decine di morti con protagonisti come Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Eli Wallach, Lee Van Cleef. Forse qualcuno ricorda che nel primo di questi film addirittura tutto il cast si firmava con nomi americani sconosciuti. Leone ebbe anche la "fortuna" insperata di trovare in Ennio Morricone il musicista perfetto per sintetizzare le imprese dei nostri eroi. Fra tutti i suoi western preferisco nettamente l'ultimo: "C'era una volta il West"; epico, e con una colonna sonora entrata nella storia del cinema.

Il vero problema inizia adesso: quali capolavori del genere privilegiare e altrettanti dover scartare per ragioni di spazio. Ad ognuno, secondo lo scrivente, un voto scolastico.

IL CAVALIERE DELLA VALLE SOLITARIA, di George Stevens - 1953 - con Alan Ladd, Jean Arthur, Jack Palance, Van Heflin - Tipico esempio di film "solenne". Lui compare dal nulla, percepisce l'onestà della famiglia cui chiede una breve ospitalità. Prende a cuore le vicissitudini degli ospitanti e della loro comunità vessata da energumeni violenti. Aiuta i componenti, forse sorge affetto fra l'ospite inatteso e la moglie del proprietario. Ma non c'è tempo per i sentimenti: la vita ha un destino preciso. Dato il fondamentale aiuto ai "buoni", il cavaliere sparisce nel nulla. Migliore film di Alan Ladd, ultima apparizione per la bellissima Jean Arthur. Voto: 9

Alan Ladd in "Il cavaliere della valle solitaria"
Alan Ladd in "Il cavaliere della valle solitaria"

OMBRE ROSSE, di John Ford - 1939 - con John Wayne, John Carradine, Thomas Mitchell, Claire Trevor, George Bancroft - Punto centrale della filosofia della vita di John Ford, che anticipa le avvisaglie e le inquietudini europee che l'America percepiva alla vigilia del conflitto mondiale. Ford riunisce in una diligenza ogni sorta di genere umano: guidatore svampito accanto allo sceriffo, ed all'interno la moglie razzista di un ufficiale in attesa di partorire, una prostituta in cerca di riscatto, un banchiere disonesto, un giocatore d'azzardo, un tranquillo venditore, un dottore ubriacone e lui, Ringo, fuorilegge in cerca di vendicare gli assassini della sua famiglia. Ford è implacabile nel giudicare questo assemblaggio di caratteri, costretti a convivere in stretto contatto di gomito (gli indiani che incombono sono il pretesto per scavare nel carattere dei protagonisti). La morale è spietata: saranno il fuorilegge, la prostituta e l'ubriacone (lo straordinario Thomas Mitchell, vincitore dell'Oscar) ad uscirne meglio di tutti, con l'aiuto dello sceriffo. Una vera e propria lectio magistralis, degna di un approfondimento eterno. Voto: 10

La prostituta ed il banchiere disonesto in "Ombre rosse". Solo lei si riscatterà
La prostituta ed il banchiere disonesto in "Ombre rosse". Solo lei si riscatterà

JOHNNY GUITAR, di Nicholas Ray - 1954 - con Joan Crawford, Sterling Hayden, Mercedes McCambridge - Precedenza assoluta alla indimenticabile colonna sonora, trave portante della vicenda, unita ad un colore particolare, all'epoca in vigore, che rendeva cromatismi fuori dal comune. Questo è un singolare e straordinario western nel quale il protagonista non è Johnny Guitar, ma due donne che si odiano mortalmente e finiscono per accentrare attorno alla loro rivalità una vicenda forte, rude, senza concessioni di sorta. Difatti, dopo la definitiva resa dei conti fra le due interpreti, l'atmosfera scorrerà tranquilla. Joan Crawford, abitualmente a suo perfetto agio in ruoli ai limiti estremi delle forti passionalità, anche nel genere western assume tutti i contorni della dominatrice delle scene. Perfetta, come sempre, la cadenzata regia di Nicholas Ray. Voto: 10

Joan Crawford in "Johnny Guitar"
Joan Crawford in "Johnny Guitar"

L'UOMO CHE UCCISE LIBERTY VALANCE, di John Ford - 1962 - con James Stewart, John Wayne, Lee Marvin, Vera Miles - Anche qui Ford prende posizione e classifica i due veri protagonisti, Stewart e Wayne, suoi pupilli di molte battaglie. Mette in posizioni di forza e in vetta Stewart, irreprensibile nella sua vita e simbolo degli studi e dell'intelligenza, con conseguente affermazione anche nel campo politico; ma al contempo eleva Wayne ad una considerazione umana che ha dell'incredibile, se è vero che il cattivissimo di turno Liberty Valance verrà ucciso in duello da lui, e non da Stewart come si era sempre creduto. Non c'è che dire: uno scambio di gentilezze, un tocco di sensibilità degna del miglior Ford ormai prossimo alla fine della carriera. Voto: 10-

Wayne e Stewart in "L'uomo che uccise Liberty Valance"
Wayne e Stewart in "L'uomo che uccise Liberty Valance"

L'UOMO DI LARAMIE, di Anthony Mann - 1955 - con James Stewart - Il veterano Stewart si fece dirigere ben cinque volte da Anthony Mann, vero specialista del genere western. Fra i due intercorreva, come il regista solitamente ammetteva senza problemi, una tale corrispondenza di intenti scenici, da intendersi all'istante, senza molti fronzoli. Questo è forse il migliore: Stewart deve difendersi dallo stuolo colmo di ipocrisia del proprietario violento di turno, dalla sua famiglia e dagli sguatteri a fare da corollario. Rappresenta il suggello ideale della loro lunga collegialità artistica, ed ha lasciato molti rimpianti da parte del pubblico. Voto: 9

SFIDA INFERNALE, di John Ford - 1946 - con Henry Fonda, Victor Mature, Walter Brennan, Linda Darnell, Cathy Downs - Uno dei più solenni tributi che Ford ha voluto dedicare alla magia del genere western. Più che un film, un trattato rivolto ad una cerchia di roteanti direzioni, a cominciare incredibilmente da Shakespeare, proseguire con la colonna sonora americana più celebre My darling Clementine, continuare con l'entusiasmante ballo in piazza di Fonda con la maestrina, e per ultimo l'arrivederci finale fino all'inevitabile duratura unione. Nel mezzo, una storia vera con uno stile colmo di allusioni poco manifeste ma evidenti, la presenza di due donne troppo diverse, ma rappresentanti tipiche caratterizzazioni di tranquillità e smodatezza insieme. Quasi incredibile osservare Walter Brennan, uno dei maggiori rappresentanti del buonismo cinematografico, in una insolita veste di "cattivo". E' proprio lo stile pesante come un macigno e propenso alla tragedia che affascina lo spettatore. Lo scrivente poi approfitta di questo capolavoro, per affermare in via definitiva un qualcosa che ha sempre pensato e creduto coi fatti: Henry Fonda e James Stewart sono stati nella storia del cinema assai più illustri professionalmente e credibili per pur bravo John Wayne. Voto: 10

Henry Fonda e Linda Darnell in "Sfida infernale"
Henry Fonda e Linda Darnell in "Sfida infernale"

L'ALBERO DELLA VENDETTA, di Budd Boetticher - 1959- con Randolph Scott, James Coburn, Lee Van Cleef - Una pellicola che non può mancare nell'illustrazione storica del western. Il regista Boetticher e Randolph Scott come interprete principale sono stati sempre malauguratamente considerati una coppia artistica di non eccelsa importanza. Niente di più sbagliato e per fortuna sono stati giustamente rivalutati in tempi recenti. Scott era uno degli attori più crepuscolari di questo genere. Ha iniziato, un po' avanti negli anni, a recitare questi ruoli di persona disincantata che deve prestare aiuto a chi abbia subìto un torto inaudito. Non cerca gratuite vendette, vuole solo essere a posto con la propria coscienza, e Boetticher è stato bravo a fargli recitare non poche pellicole aventi sempre la stessa tematica. Alla fine, compiuto il suo onesto lavoro purificatore, ritorna a girovagare nelle valli alla ricerca di altre ingiustizie in corso. Voto: 8½

Randolph Scott in "L'albero della vendetta"
Randolph Scott in "L'albero della vendetta"

UN DOLLARO D'ONORE, di Howard Hawks - 1959 - con John Wayne, Walter Brennan, Dean Martin, Ricky Nelson, Angie Dickinson. Quest'altro assoluto capolavoro, con altrettanta celeberrima colonna sonora, ben analizzato, è un esempio della differenza esistente fra i due grandi cineasti John Ford e Howard Hawks. Ford è più rigido, rigoroso e plateale nella guida degli eventi, anche forse più severo e categorico nei proponimenti. Viceversa, Hawks è più propenso alla spettacolarizzazione della trama, non rinuncia al sarcasmo e all'ironia a beneficio della serietà, e talvolta fa chiaramente intendere che gli interpreti non debbano prendersi troppo sul serio. Due diversità: ma avercene oggi registi del genere! Wayne, il simpatico brontolone Brennan ed i due attori-cantanti Martin-Nelson ci offrono l'arcigna difesa della prigione insidiata dal fratello di un pericoloso carcerato. Naturalmente vince la legge, ma è strabiliante assistere al duetto canoro dei suindicati attori. Addirittura Wayne, ormai in età non giovane, si innamora ricambiato della Dickinson, allora nel pieno della sua fulgida bellezza. Voto ampiamente meritato: 10

John Wayne e Ricky Nelson in "Un dollaro d'onore"
John Wayne e Ricky Nelson in "Un dollaro d'onore"

C'ERA UNA VOLTA IL WEST, di Sergio Leone - 1968 - con Claudia Cardinale, Charles Bronson, Henry Fonda, Jason Robards - Come in altri succitati film, indimenticabile colonna sonora di Morricone. Leone stravolge usi e consuetudini, un vero terremoto: mette come interprete principale una donna, la nostra Cardinale per niente imbarazzata; inventa Henry Fonda nel ruolo del cattivo, incredibile ma vero; esalta l'interminabile silenzio dei tre brutti ceffi che attendono Bronson nella stazione con un'ammirazione tributata dai più grandi registi del mondo, oltre ad un'ombra di invidia; addirittura si sposta col cast nella Monument Valley per girare non poche sequenze. Qualcosa però a giudizio dello scrivente è artificioso: Fonda non riesce ad immedesimarsi nel ruolo di cattivo, sembra in affanno ed ha mille ragioni per esserlo, mentre magistrale è Bronson, con quell'aria seriosa e metodica in attesa della vendetta finale. Voto: 9

LA MAGNIFICA PREDA, di Otto Preminger - 1954 - con Robert Mitchum, Marilyn Monroe - Si dirà: la presenza della Monroe con la sua elettrizzante bellezza varrebbe da sola l'intera pellicola. Ma non è così: Preminger allarga il discorso anche con un risvolto sociale. Un padre, interpretato da un bravissimo Mitchum, deve possedere determinate qualità di buon educatore da trasmettere al figlio in piena prima adolescenza. Ruolo non facile. La nostra Marilyn offre le sue grazie, canta con disinvoltura in saloni frequentati da uomini arrapati ed alla sua mercé, si impegna a convincere il bambino della bontà della figura paterna. Naturalmente l'amore trionfa, non prima di osservare i magnifici paesaggi, le rapide impetuose e le imprevedibili soste durante il pericoloso viaggio sulle rapide. Finale mozzafiato, ma non troppo: nell'ultima scena, la nostra beniamina butta via le scomode scarpette da palcoscenico; si dedicherà, bontà sua, solo al ruolo materno. Voto: 8

Marilin Monroe in "La magnifica preda"
Marilin Monroe in "La magnifica preda"

LA VIA DEI GIGANTI, di Cecil B. DeMille - 1939 - con Barbara Stanwyck, Joel McCrea - Western di ampio respiro con interminabili paesaggi mozzafiato sullo sfondo della costruzione immane della ferrovia americana che collegherà i due oceani. D'altronde, normale amministrazione per un DeMille abituato a film leggendari anche di carattere religioso e spirituale (si pensi a "I dieci comandamenti"). Inevitabili contrasti fra Compagnie ferroviarie, la Stanwyck stravagante ed austera col sentimento riversato verso l'intraprendente McCrea. Bellissima la descrizione dei lavori con la presenza di moltitudini di comparse, oltre all'attraversamento di zone impervie. Una sorta di documento storico di un'America nella quale la ferrovia non ha mai incontrato l'entusiasmo della popolazione, a differenza per esempio della nostra Europa. Voto: 8½

I due protagonisti di "La via dei giganti"
I due protagonisti di "La via dei giganti"

MEZZOGIORNO DI FUOCO, di Fred Zinnemann - 1952 - con Gary Cooper, Grace Kelly, Kati Jurado - A giudizio dello scrivente, il più grande western di tutti i tempi. Zinnemann non era un regista del genere in questione, questo fu il primo ed anche l'ultimo. Conosceva alla perfezione il suo mestiere, tanto che eliminò certe caratterizzazioni tipiche che si incontrano in molte pellicole di questo ambiente. Ha puntato sul tema eterno della "solitudine dell'uomo" con magistrali allegorie conseguenti. Certo: ha avuto la fortuna di disporre di un perfetto attore come Cooper, che non ha sbagliato una mossa, specialmente quando si raffronta con la moltitudine inetta da cui è circondato. In sostanza lo sceriffo Cooper si sposa (con la futura regina Kelly), e proprio dopo la cerimonia viene a sapere che un acerrimo malfattore che fece arrestare è di ritorno nella cittadina con altri sgherri. Che fare? Non riesce a fuggire, glielo impone la sua coscienza. In tutta la permanenza di anni ha sempre aiutato i cittadini. Adesso è lui ad invocare sostegno: riceve solo scusanti da parte di tutti. La bellezza della pellicola consiste nella straordinaria abilità di Zinnemann nel descrivere il tormento interiore del protagonista: i rifiuti ricevuti sono scanditi dai magistrali orologi che fanno da sfondo al trascorrere del tempo e l'arrivo dell'aguzzino. Le riprese dall'alto del regista che inquadrano Cooper "solo come un cane" alla ricerca di aiuto rimarranno memorabili, come la storica colonna sonora. Importante è il periodo di realizzazione: siamo nel 1952, in pieno maccartismo che ormai tendeva ad evaporare ed in seguito per fortuna scomparire. Lo scatto d'ira finale di Cooper di scaraventare a terra la stella di sceriffo, è pienamente giustificata. Oltre che solenne, epico. Voto: 10 e lode

Un fermo immagine di "Mezzogiorno di fuoco" con Gary Cooper e Grace Kelly (da Youtube)
Un fermo immagine di "Mezzogiorno di fuoco" con Gary Cooper e Grace Kelly (da Youtube)

A cura di Mario Sconamila

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