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Un coraggio nuovo per il Sud: la "questione meridionale" secondo Claudio Scamardella

"Molti al Sud, a cominciare dalle classi dirigenti, non hanno capito il cambiamento in atto"
claudio scamardella (foto andrea gabellone)
Claudio Scamardella (foto Andrea Gabellone)

Il Sud ha bisogno di rimettersi in moto. Ha bisogno di abbandonare la retorica sterile basata sull'idea che tutto sia colpa di altri e deve dimenticare ogni tipo di rivendicazionismo lamentoso che apre la strada a nostalgie francamente imbarazzanti come quelle legate alla dinastia dei Borbone, regnanti che si vantavano di governare con tre cose soltanto: le feste, le forche e la farina. Per il giornalista Claudio Scamardella, direttore del "Nuovo Quotidiano di Puglia", è viceversa il momento per i meridionali di tracciare una riga sopra certi modi di pensare del passato e provare a riprendere in mano il proprio destino.

Sono queste alcune delle idee forti che ritroviamo in un libro che già dal titolo mostra di non aver paura di suscitare dibattiti: Le colpe del Sud (Manni, 2019, pp. 192, anche e-book). Ma quali sono queste colpe? Lo chiediamo direttamente a Claudio Scamardella:

"Una prima responsabilità del Sud è di non aver capito che in questo ultimo trentennio, con la fine della Guerra fredda, la globalizzazione e la società digitale, sono cambiati tutti gli scenari geo-politici ed economici. Durante la Guerra fredda il blocco occidentale, per esempio, aveva tutto l’interesse a che il Sud non collassasse. Dopo non è stato più così. Sono venuti meno protezioni, aiuti, sostegni e il Meridione si è trovato a dover creare interesse, a dover attirare attenzione. Molti al Sud, a cominciare dalle classi dirigenti, non hanno capito il cambiamento in atto e hanno continuato a invocare la questione meridionale come fosse una questione nazionale ma è un'invocazione caduta nel vuoto come mostra la politica italiana degli ultimi anni".

In effetti sono aumentate le prese di posizione di politici che hanno accusato il Sud di campare sulle spalle del Nord. Ma c'è qualcosa di vero?

"In realtà è una menzogna. Da anni non si rispetta la ripartizione che in base alla popolazione dovrebbe garantire il 34% della spesa pubblica al Sud, il 33% al Nord e il 32% al Centro Italia. Nelle regioni meridionali arriva solo il 26-27% della spesa pubblica e questo significa che ci sono miliardi di euro destinati al Meridione che vanno invece al Centro-Nord. Detto questo, nel libro mi sono però posto una domanda che va al di là della lamentela su quanto è accaduto. Se il Sud avesse avuto la corretta quantità di denaro sarebbe cambiato qualcosa? Il Sud si sarebbe mosso con le sue gambe?".

La copertina del libro
La copertina del libro

Che risposta si è dato?

"Mi sono dato una risposta negativa. Il Sud avrebbe avuto qualche risorsa in più, qualche disoccupato in meno, qualche opera pubblica iniziata e non completata però il Meridione avrebbe continuato a essere marginale negli scenari italiani ed europei. Viceversa, dobbiamo prendere atto che inseguendo la denuncia, per quanto giusta, dell'iniquo trattamento riservato al Sud, ci siamo fatti scappare una grande occasione che avevamo davanti agli occhi".

Quale grande occasione?

"Il ritorno del Mediterraneo al centro dei traffici marittimi dopo secoli di centralità degli oceani. Negli ultimi anni è stato, per esempio, raddoppiato il Canale di Suez per aumentare i commerci tra area mediterranea e Cina ed India e di questo mutamento hanno saputo approfittare la Grecia, la Spagna, anche l'Africa settentrionale, ma non il Sud. E questo nonostante un porto come Taranto sia sulla rotta diretta verso Suez. Ci siamo fatti scappare una grande occasione che toccava solo a noi sfruttare e per la quale non avevamo bisogno di aiuti o risorse. Toccava semplicemente fare la nostra parte".

Cosa deve cambiare allora al Sud per non perdere nuove opportunità anche nel futuro?

"Deve cambiare l'atteggiamento del meridionale rispetto al bene pubblico e deve aumentare il livello di responsabilità individuale e collettiva del meridionale. Oramai io non parlo più di 'questione meridionale' ma di 'questione dei meridionali'. Ci portiamo dietro, purtroppo, grandi lacune di carattere sociale perché per secoli il Meridione e tutto il Mediterraneo si è trovato ai margini della storia europea. Nel Sud non si è così avuto lo sviluppo della borghesia e del capitalismo industriale conosciuto nel Settentrione e ancora di più nel resto d'Europa. Questo ha comportato un minore spirito civico nel Meridione, un minore senso della collettività, un minore rispetto per lo Stato e le istituzioni. Non siamo mai passati dalla concezione di appartenere a una comunità a quello di far parte di una società e in una comunità prevale il senso di protezione. Ognuno cerca di proteggersi e di garantirsi protezione anche non rispettando le regole, mentre nelle società prevale la cultura dei diritti e dei doveri. Se non invertiamo questo percorso storico e passiamo dalla comunità alla società sarà veramente difficile fare uscire il Sud dall'emarginazione. E sfruttare le grandi occasioni che la storia ci presenta".

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