CULTURA

Un classico da rileggere

La Shoah raccontata da Primo Levi, e il "virus" del razzismo che non muore mai

Secondo Levi quando lo straniero visto come nemico diventa volontà di Stato, "allora al termine della catena sta il lager"
immagine simbolo (archivio l unione sarda)
Immagine simbolo (archivio L'Unione Sarda)

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che 'ogni straniero è nemico'. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un'infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene […], allora, al termine della catena, sta il Lager".

Con queste lucidissime parole scritte per l'introduzione a "Se questo è un uomo", Primo Levi lancia un allarme all'uomo di ogni tempo: il male che ha prodotto lo sterminio degli ebrei non è sepolto, non è scomparso con Hitler e i suoi aguzzini. E in queste poche righe c'è già tutto il senso della testimonianza che Levi ci ha lasciato.

Diventa inoltre immediatamente comprensibile l'angoscia che ha accompagnato gli ultimi anni dello scrittore, il timore che si tramutava spesso in certezza nei suoi scritti finali che il lager, lo sterminio di un popolo e quello che aveva significato venissero in qualche modo rimossi oppure "revisionati". Alla fine in qualche modo relegati a una semplice stortura della storia, un crinale di follia nel procedere delle vicende umane.

Primo Levi con Philip Roth
Primo Levi con Philip Roth

Contro una deriva di questo tipo lo scrittore torinese ha combattuto per buona parte della sua vita, una volta tornato dal campo di sterminio. Lo ha fatto principalmente con due libri che fanno oramai parte del patrimonio culturale del Novecento e che oggi vengono riproposti in versione audiolibro. Possiamo quindi non solo leggere ma anche ascoltare Se questo è un uomo (del 1947) nell'interpretazione di Roberto Saviano (Emons Editore, 2020, anche scaricabile in mp3) e quello che è considerato il testamento spirituale di Levi, I sommersi e i salvati (1986), affidato alla voce di Fabrizio Gifuni e arricchito da una testimonianza della senatrice a vita Liliana Segre (Emons Editore, 2019, anche scaricabile in mp3).

La copertina del libro di Levi letto da Roberto Saviano
La copertina del libro di Levi letto da Roberto Saviano

Affrontando questi testi ci si rende conto che per Levi la Shoah non è passato, né è un incidente di percorso. Appartiene invece totalmente alla vicenda umana perché quello che appare chiaro nelle pagine dello scrittore torinese è quante espressioni e variabili del genere umano ci fossero nei lager, tra le vittime e gli aguzzini. Spesso si trattava di un'umanità ributtante, che mostrava i suoi lati più bui e tetri. Eppure, anche quello è l'uomo, pare dirci Levi. E anche quella è Storia umana, perché solo rendendosi conto di questo, non relegando tutto al semplice "è successo, ma ora lo sappiamo e non si potrà ripetere", l'uomo contemporaneo può sviluppare gli anticorpi necessari per resistere a un virus sempre attivo, quello del razzismo, dell'intolleranza e della spietata caccia al diverso.

Hitler è dentro ogni uomo – ci dice Levi nei suoi libri –, latente, carsico. Lo ritroviamo nell'idea che il diverso, lo straniero, l'estraneo è comunque un nemico. Quando questo sillogismo diventa sistema di pensiero organizzato, addirittura si struttura come volontà di Stato, "allora al termine della catena sta il lager". Ieri, oggi, in futuro.

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