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Quando gli italiani sapevano dare speranza: un racconto dell'Italia del Dopoguerra

Il romanzo di Viola Ardone che è il caso editoriale dell'anno
l immagine che accompagna la copertina del libro
L'immagine che accompagna la copertina del libro

Ci sono storie italiane, belle storie, che sono state poco o nulla raccontate.

Viola Ardone con "Il treno dei bambini" (Einaudi editore, 2019, pp. 248, anche e-book) ci narra in modo commosso e partecipe una di queste vicende. Siamo nel 1946 e molte famiglie legate al Partito comunista italiano decidono di aderire a un programma per accogliere temporaneamente nelle loro case bambini dell’Italia meridionale in particolare difficoltà. Si tratta di piccoli che hanno perso uno o entrambi i genitori e sono costretti a vivere nella povertà più nera e priva di speranza.

Uno di questi sfortunati è Amerigo, sette anni, un padre che non c'è più e una madre, Antonietta, che fatica ad andare avanti. Anche per lui si concretizza la possibilità di trasferirsi ma la paura di Amerigo è pari all'eccitazione nell'affrontare questa grande avventura. Spera che su, al nord, qualcuno gli regali quelle scarpe nuove che non ha mai avuto, ma teme anche di finire prigioniero in Russia, rapito dai comunisti. Viene però accolto amorevolmente nella sua nuova casa e conosce Alcide, Rosa e i loro tre figli. Alcide ripara strumenti musicali e Amerigo scopre di amare la musica. Riceve così in regalo al posto delle scarpe un violino e comincia a prendere lezioni di musica.

Viola Ardone (foto da profilo ufficiale Facebook)
Viola Ardone (foto da profilo ufficiale Facebook)

I sei mesi di soggiorno nell'Italia del nord passano però in fretta e il bambino torna a Napoli, da sua madre, dovendo rinunciare alla scuola e al violino. Il suo avvenire è quello di diventare ciabattino ma Amerigo non riesce ad accontentarsi. Ora vuole di più anche se questo significherà rinunciare al suo mondo e fare scelte dolorose, che gli segneranno la vita.

Narrato in prima persona dal protagonista "Il treno dei bambini" è il romanzo rivelazione del 2019, presto tradotto in ben venticinque lingue. È però soprattutto un romanzo capace di toccare il cuore e aprire uno squarcio pressoché inedito sulla storia del nostro Dopoguerra, troppo spesso focalizzata solo sugli avvenimenti politici. A Viola Ardone chiediamo allora come ha scoperto la vicenda narrata nel libro e perché ha deciso di raccontarla in forma di romanzo:

"La vicenda dei treni organizzati dall'Unione donne italiane e dal Partito comunista era stata documentata dal regista Alessandro Piva nel film Pasta nera del 2011. Piva aveva raccolto testimonianze e racconti, in particolare da parte di persone che erano partite dalla Puglia. Ci sono poi anche dei lavori di ricostruzione storica sull'argomento. Quello che a me premeva raccontare era, però, il 'sentimento' di questa vicenda, la sua umanità. I volti di quei bambini che salivano sui treni con stupore e paura; quelli delle madri che li accompagnavano, tra speranza e sconfitta. Mi sembrava una storia che ne contenesse tante altre".

Che Italia è quella di Amerigo?

"Un'Italia che esce sconfitta dalla guerra, distrutta materialmente ed economicamente ma che ha anche la voglia di ricostruire, di migliorare la propria condizione".

Eppure, in quell'Italia e in quegli italiani, pur provati dalla guerra, c'era forse maggiore capacità di prendersi cura del più debole rispetto a oggi?

"Forse perché le ferite inferte dalla guerra e dalla dittatura, il dolore, la fame, la paura erano state così forti da far comprendere che non c'è salvezza senza aiuto reciproco, non c'è sopravvivenza senza solidarietà. Oggi quell'Italia bisognosa sembra così lontana che ci siamo dimenticati anche che cosa significa dare e ricevere aiuto. Ognuno è chiuso nelle proprie minuscole comodità e la paura del diverso, dello straniero non ci spinge ad aprirci agli altri".

Cosa comporta la scelta fatta da Amerigo di tornare definitivamente al nord?

"Amerigo rinuncia a tutto il suo mondo, cioè a sua madre. Guadagna però sé stesso. Sceglie, così giovane, il suo futuro. E di questa scelta porterà sempre il senso di colpa. La sua partenza è uno strappo che sarà poi difficile ricucire, anche da adulto".

Lei è insegnante...una storia come quella di Amerigo cosa può dire di attuale ai giovani d'oggi?

"Me lo sono chiesta anche io e la risposta mi è arrivata proprio dai ragazzi. Molti hanno apprezzato la storia di Amerigo, si sono spesso immedesimati in lui, hanno preso per mano le sue fragilità e si sono nutriti del suo desiderio di riscatto. Gli studenti più grandi sono riusciti anche a mettere in relazione la sua storia con il presente. Hanno compreso che il fenomeno delle migrazioni attraversa tutta la storia dell’umanità e non è una problematica che riguarda solo il nostro presente. Una volta i migranti eravamo noi, e anche noi abbiamo ricevuto. Quanti ce ne sono oggi nelle strade delle nostre città di piccoli Amerigo in cerca di un futuro migliore e di dignità? Cosa potremmo fare noi oggi per loro? Tanto, probabilmente".

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