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Non solo fuga di cervelli dall'Italia, ma anche di braccia: "Quelli che se ne vanno"

Enrico Pugliese descrive nel suo libro il fenomeno che non sembra volersi arrestare
enrico pugliese (foto dal frame di un video su varesenews)
Enrico Pugliese (foto dal frame di un video su Varesenews)

Il tema dell’immigrazione è costantemente al centro del dibattito politico nostrano. Un recente sondaggio, però, ha mostrato come gli italiani comincino a essere preoccupati più per il numero di persone che se ne vanno dal nostro Paese che per quelle che vi arrivano. Secondo un recente studio dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), due nostri connazionali su tre temono in prospettiva futura soprattutto la fuga di cervelli che interessa da un decennio il Belpaese, un fenomeno che nell’ultimo decennio ha portato circa circa 738 mila italiani (dati Istat) a stabilirsi all’estero.

Una vera e propria nuova ondata migratoria legata soprattutto alla volontà di cercare fuori dai confini nazionali quella realizzazione lavorativa che non si riesce a ottenere in Italia. Insomma, si emigra ancora oggi principalmente per lavoro, anche se in maniera diversa da quanto avveniva nel Novecento. A raccontarcelo è Enrico Pugliese, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma e autore del volume Quelli che se ne vanno (Il Mulino, 2018, Euro 14,00, pp. 160. Anche EBook): "La nuova emigrazione italiana, esplosa nell’ultimo decennio, è in realtà una vera e propria nebulosa con molti fenomeni al suo interno. Si parla naturalmente molto della fuga di cervelli, cioè di giovani con alto livello di scolarizzazione che lasciano l’Italia. E la lasciano perché mancano adeguate occasioni di lavoro, sia nel settore privato dato che le aziende faticano ad assorbire figure professionali altamente qualificate, sia nel settore pubblico poiché nelle Università e nella ricerca vi sono ben poche chance. Ma la fuga di cervelli non è l’unico esito di un mercato del lavoro poco vitale, né l’unico esempio di emigrazione contemporanea".

Quali altri fenomeni sono caratteristici dell’ultimo periodo?

"Per esempio vi sono persone con alto grado di preparazione che si ritrovano a fare lavori non qualificati. Magari queste persone si riducono a lavorare nel ristorante di famiglia pur avendo una laurea e magari un master e si condannano a una sorta di perenne precariato. Insomma, si assiste un vero spreco di risorse e capacità umane. Poi c’è ancora la fuga di braccia...".

Come avveniva un tempo…

"Non solo. Molti addetti dell’industria e dell’edilizia sono spinti dalla crisi a cercare lavoro in altri paesi europei, accolti a volte da politiche ostili in materia di lavoro come stanno dimostrano gli eventi della Brexit e alcune recenti politiche degli Stati europei. Queste persone accettano all’estero lavori precari, ma che sono comunque meno precari di quelli che troverebbero a casa o comunque nel nostro paese. A questi lavoratori poco qualificati si aggiungono infermieri e tecnici di laboratorio nostrani, molto richiesti in Gran Bretagna e Germania. Insomma, abbiamo tante tipologie di emigrante rispetto a quello che avveniva nell’Ottocento quando a emigrare erano soprattutto contadini in cerca di fortuna o chi voleva lavorare nelle fabbriche e nelle miniere".

Sono cambiate anche le regioni di provenienza dei nostri emigranti?

"Anche dal punto di vista della provenienza vi sono cambiamenti. Molti nostri connazionali che vanno all’estero provengono da Lazio, Lombardia oppure Veneto. Si tratta spesso di emigranti di rimbalzo, cioè di persone che sono andate a studiare in queste regioni e poi non trovando lavoro spiccano il volo verso l’estero. Dal Veneto e dalla Lombardia però si spostano anche molti lavoratori dell’industria e dell’edilizia che non vengono più assorbiti dalle fabbriche e dai cantieri delle loro regioni".

E nel Mezzogiorno cosa sta succedendo?

"Nel Mezzogiorno, per effetto delle partenze delle classi in età fertile e da lavoro, si assiste a un vero e proprio tsunami demografico, mentre i tassi di disoccupazione continuano a mantenersi altissimi. Dal Mezzogiorno italiano si emigra, infatti, non solo verso l’estero, ma anche verso il nord per studiare e per trovare occupazione. Spesso, inoltre, provengono dall’Italia del centro-sud, come detto, gli emigranti di rimbalzo. Completano la loro preparazione nell’Italia settentrionale e poi lasciano il nostro Paese".

Ma qualcuno rientra dopo essere emigrato?

"Le migrazioni sono sempre caratterizzate da una grande circolarità dei flussi. Durante la grande migrazione italiana avvenuta tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento su tre persone che lasciavano l’Italia due rientravano negli anni successivi. Nel 1913, per esempio, partirono circa 800 mila persone e di queste cinquecentomila fecero ritorno. Il saldo però rimase sempre negativo e continua a esserlo anche oggi: tornano meno persone di quelle che partono e questa è un’indubbia perdita per il nostro Paese".

Si sta facendo qualcosa per limitare il problema?

"Quello che emerge dagli studi recenti è che l’Italia è oramai un Paese sempre più in movimento, soprattutto per ragioni legate al lavoro, ma le istituzioni e la politica sembrano non comprenderlo. Si parla molto di quelli che arrivano, ma si fa poco o nulla per evitare che troppi nostri connazionali decidano di partire".

La copertina del libro
La copertina del libro

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