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La Resistenza raccontata ai giovani

Nei libri per ragazzi la memoria di una delle pagine più drammatiche della storia recente
un immagine dalla resistenza sul monte grappa (foto roberto roveda)
Un'immagine dalla resistenza sul Monte Grappa (foto Roberto Roveda)

Sono oramai passati quasi settantacinque anni dal 25 aprile del 1945, quando terminò finalmente per il nostro Paese la Seconda guerra mondiale e finì la lotta per liberare l'Italia dal nazi-fascismo.

Dopo tanto tempo molti dei protagonisti di quelle tragiche vicende non sono più tra noi e la memoria diretta di quello che sono stati il ventennio fascista, l'antifascismo, il Secondo conflitto mondiale e la Resistenza comincia a farsi meno presente. Quella memoria da cronaca, infatti, si sta trasformando sempre più in storia. Così, soprattutto per i giovani, gli eventi della prima metà del Novecento rischiano di apparire come lontani ed estranei rispetto all'epoca che stiamo vivendo.

Niente di più sbagliato, naturalmente, perché le vicende tragiche di quel periodo non possono essere lasciate cadere nell'oblio. Il ventennio fascista e tutto quello che ha comportato ci parla, infatti, di discriminazioni politiche e razziali (in particolare contro gli ebrei), di negazione della libertà e della democrazia, di uno Stato, quello fascista, che era totalitario non solo perché dittatoriale, ma perché si considerava al di sopra di tutti, l'unico depositario di ogni tipo di autorità. Il popolo e l'individuo non contavano quindi nulla di fronte alla volontà del potere. Le conseguenze di questa concezione della politica le conosciamo tutti: le leggi razziali, le guerre per la conquista di un impero e per la supremazia del mondo, le stragi dopo l'8 settembre, la Shoah.

La copertina del libro di Biagio Goldstein Bolocan
La copertina del libro di Biagio Goldstein Bolocan

Ci pare quindi ottima cosa tenere viva la memoria di queste pagine così dolorose della storia italiana anche attraverso libri scritti espressamente per le giovani generazioni. Libri che provano a far riflettere sulla differenza tra fascismo e antifascismo senza scadere nella retorica e senza negare gli errori e le violenze che pure ci sono state nella guerra partigiana, ma sottolineando una volta di più come ci fosse un'abissale distanza morale, etica e umana tra chi si opponeva e chi invece sosteneva gli abomini voluti da Hitler e dai suoi scherani. Libri che ci raccontano come l'adesione alla Resistenza e all'antifascismo siano costati cari a molti italiani e a molte italiane ma siano stati l'unica via possibile per costruire una nuova Italia, più giusta e umana.

Si tratta di tematiche cruciali della nostra storia recente, tematiche che ritroviamo, per esempio, nell'ultimo lavoro dello storico e scrittore Biagio Goldstein Bolocan che ha da poco dato alle stampe il volume per ragazzi "La bella resistenza" (Feltrinelli, 2019, pp. 126).

Nel libro l'autore ricostruisce la storia italiana della prima metà del Novecento e in particolare il ventennio fascista e la lotta antifascista ripercorrendo le vicende dei diversi rami della sua famiglia d'origine. Una famiglia della borghesia milanese che si oppose al fascismo e pagò un prezzo salatissimo per la sua lotta. Il conto alla fine ci parla di anni di prigionia, di familiari o amici non più tornati a casa, di fughe per sfuggire alle leggi razziali e di internamenti nei campi di prigionia della Germania nazista. Un conto che molti italiani hanno pagato sulla loro pelle, uomini e donne che hanno fatto resistenza magari non combattendo tra le fila dei partigiani, ma rischiando in prima persona con la loro scelta di non chinare la testa, di opporre un rifiuto quando era più semplice accettare tutto oppure girare la testa da un'altra parte. Italiani che alla fine hanno contribuito a fare la differenza non chinando la testa, non accettando la dittatura, dicendo di no, quando era più comodo dire di sì. Italiani che si sono distinti rispetto alla maggioranza silenziosa.

La copertina del libro di Tina Anselmi
La copertina del libro di Tina Anselmi

Una differenza che la protagonista del volume "La Gabriella in bicicletta" (Manni Editore, 2019, pp. 124) ha cercato sempre di fare in prima persona. Il libro, infatti, è incentrato sulla rievocazione dell'esperienza durante la guerra di Liberazione di Tina Anselmi, partigiana con il nome di battaglia di Gabriella e poi esponente di rilievo della Democrazia cristiana nonché prima donna ministro dell'Italia repubblicana. A sedici anni, nel 1944, Tina Anselmi assistette a Castelfranco Veneto a un eccidio di partigiani e decise che non poteva più rimanere a guardare. Da quel giorno e per quasi un anno percorse la campagna veneta con la sua bicicletta per portare ordini e messaggi ai membri della Brigata Battisti che combatteva sul Monte Grappa. Come tante donne dell'epoca fece la sua parte per poi trasportare il suo desiderio di cambiamento nella politica parlamentare. Fu proprio Tina Anselmi, negli anni Ottanta del Novecento, a presiedere la Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica deviata P2 e sempre a lei si deve la legge che vietò ogni tipo di discriminazione basata sul sesso sui posti di lavoro.

Quando fu ministro della Sanità fu poi la persona che portò alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale. Una protagonista assoluta della politica italiana del Dopoguerra, oggi poco ricordata e conosciuta e che riscopriamo in questo libro denso, acuto, importante come importanti sono le parole con cui la Anselmi chiude il suo racconto sulla Resistenza: "Quando è terminata la guerra, la prima domanda che ci siamo posti noi combattenti per la libertà, è stata: Ora che cosa possiamo fare per non essere privati di una libertà che abbiamo appena conquistato? La risposta è stata: partecipazione alla ricostruzione del Paese. Perché avevamo la sensazione che tutti potessimo giocare un ruolo importante […] Questa è l'anima della democrazia, dalla quale devono nascere le istituzioni, l'organizzazione dello Stato, l'organizzazione di un sistema di libertà che dia fiducia al cittadino, in modo che non si senta inutilizzato e pensi di non dover far nulla perché tanto non sarebbe ascoltato". Difficile trovare parole più attuali in un Paese come il nostro che pare da tempo aver perso la bussola della politica.

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