CRONACA SARDEGNA - PROVINCIA DI CAGLIARI

Castiadas: la storia del carcere
Fu creato nel 1875; oggi recuperato

il carcere di castiadas
Il carcere di Castiadas

Un carcere che è un po’ la storia di Castiadas, regno delle vacanze e di spiagge paradisiache: il carcere è ancora lì, autentico monumento.

Il Comune ha recuperato la casa del direttore, le scuderie, una intera ala dell'antica colonia penale. Tutte strutture di straordinario valore.

A poche centinaia di metri, nell'area che sino a mezzo secolo fa ospitava le mandrie degli allevatori-carcerati, è stato realizzato un teatro all'aperto.

Visitando il carcere è davvero facile fare un tuffo nel passato.

Un pezzo di storia che ha segnato il futuro di Castiadas e del Sarrabus.

Era il 1875 quando trenta forzati e sette guardie carcerarie, lasciata la casa penale di San Bartolomeo a Cagliari, sbarcarono sulla spiaggia di Sinzias tra Villasimius e Castiadas.

Il gruppo era guidato da Eugenio Cicognani: su mandato del ministero dell'Interno, l'ispettore aveva il compito di porre la prima pietra della nuova colonia penale agricola.

La scelta cadde su un'area fra i torrenti di Gutturu Frascu e Bacu sa figu.

E qui, i forzati e le guardie fissarono la loro prima dimora costruendo una capanna di legno. Qui nacque poi la più grande delle colonie penali agricole d'Italia.

Una struttura superba che sino al 1955 ospitò migliaia di condannati: Attorno migliaia di ettari di terreno, coltivati dagli stessi forzati.

Ma anche un luogo di dolore, di isolamento e di disperazione.

Ai trenta originari forzati sbarcati nella baia di Cala Sinzias, nel tempo se ne aggiunsero centinaia: secondo il Corriere di Sardegna, nel 1876, a Castiadas c'erano già 300 detenuti con le prime strutture murarie capaci di accoglierne addirittura 500.

Per la costruzione furono utilizzati graniti e calcare di Castiadas.

Oltre le prigioni, a fine 1876, funzionavano già la falegnameria, le officine di fabbri e di carpentieri e persino una infermeria.

Sorsero anche le strade ed una decina di distaccamenti.

Con gruppi di lavoro che addirittura dimoravano in case di legno montate su ruote: in ogni casa, dieci forzati.

Tutti in giubba rossa.

Una vita durissima, dicono le cronache, ma anche produttiva.

Sorsero i poderi.

Quello di Masone Pardu ospitò cento prigionieri: operavano su 250 ettari producendo legumi e cereali, frumento, avena ed erba medica nel podere Manno.

A San Pietro, 40 forzati, coltivavano gelsi, ulivi, aranci, mandorli e limoni.

A Minniminni erano attive quattro stazioni carbonaie. I poderi di Genna Spina, Bovile e Ortodeso erano stati invece destinati all'allevamento dei bovini, ovini e suini. Le notizie erano comparse anche sulla Gazzetta agricola. Una lunga opera insomma di bonifica e di trasformazione fondiaria.

Con la malaria che in questo frangente fece anche delle vittime, assieme alla tubercolosi. A guadagnare di più erano gli innestatori ( 0,55 lire giornaliere nel 1900), quelle più basse agli spargitori di concimi che al giorno guadagnavano 0,32 lire.

Durissime le punizioni per gli indisciplinati. Fra queste, la cella oscura con pane e acqua. E, poi, la cella di isolamento per sei mesi: non mancò chi per disperazione si suicidò. Non mancarono neppure forti polemiche sui giornali di allora: il 4 dicembre del 1909, Felice Senes scrive su L'Unione Sarda della campagna antimalarica condotta sulle paludi.

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