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La pandemia

She-cession: donne più colpite dalla crisi Covid

Sono le prime a perdere il lavoro
una donna alla cassa di un locale (foto archivio l unione sarda)
Una donna alla cassa di un locale (foto archivio L'Unione Sarda)

Più protette dal virus nel corpo, più colpite dalla crisi economica e sociale: sono le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia. Le prime a perdere il lavoro e quelle che si ricollocano con maggiore fatica. Non a caso gli economisti di Vox-Eu, che hanno dedicato al tema uno studio su scala globale, parlano di she-cession, in contrapposizione alla man-cession, la recessione del 2008 che riguardò maggiormente gli uomini a causa della forte perdita di posti di lavoro nell'edilizia e nell'industria. Al contrario, la crisi legata alla pandemia ha colpito in maniera più pesante i settori dove è maggiore l'occupazione femminile. In Italia, secondo i dati Istat, nel secondo trimestre del 2020 ci sono 470 mila occupate in meno rispetto allo scorso anno. In Sardegna il calo dell'occupazione, secondo i dati dello studio di Aspal (l'agenzia regionale per le politiche del lavoro) sull'effetto della pandemia, è del 34,3 per cento per le donne, del 29,2 per gli uomini e sono circa 33.000 le assunzioni in meno di lavoratrici. Effetto, in prima battuta, dei settori più colpiti dell'economia sarda (ma non solo): turismo con hotel e ristorazione, servizi e istruzione. Anche quando il lockdown è stato allentato, a maggio - si osserva nello studio - la curva dell'occupazione maschile è risalita più in fretta di quella femminile, una proporzione che si è invertita solo a luglio con la (fugace) ripresa del turismo.

"Certamente il virus ha inasprito le disuguaglianze di genere come evidenziano i dati Istat - conferma Bruna Putzulu, manager e docente di Risorse umane e organizzazione - e anche i dati INL sulla "Relazione Annuale sulle convalide delle dimissioni delle lavoratrici madri e lavoratori padri del 2019 denunciavano una situazione preoccupante: basterebbe da solo il dato sulle dimissioni volontarie al rientro dalla maternità (oltre 37.000) con un + 4% rispetto al 2018 a fronte di quasi 14.000 padri. E qui il Covid ha decisamente poco a che fare. Il Virus tuttavia ha peggiorato non solo la situazione occupazionale, ma anzitutto quella sociale poiché alle Donne è stato chiesto di farsi carico della mole di lavoro domestico, della cura dei bambini e degli anziani, e del presidio della DAD per i piccoli di casa: un vero e proprio gioco di equilibrismo e nervi saldi spesso difficilmente conciliabile con le responsabilità professionali. Ed è probabilmente questa la realtà più amara emersa durante la pandemia poiché ha evidenziato in misura impietosa ancora la disparità di genere".

Un quadro illuminante è quello fornito da Save the Children nel rapporto "Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2020". Nella fascia di età tra i 25 e i 54 anni risulta occupato il 57 per cento delle madri contro l'89,3 per cento dei padri e la scelta di ridurre l'orario di lavoro ha riguardato il 18 per cento delle donne contro il 3 per cento degli uomini. In base ai questionari somministrati a mille madri, per tre su quattro il carico di lavoro domestico è aumentato a causa della necessità di accudimento di figli e anziani o persone non autosufficienti.

PROSPETTIVE FUTURE Ma dopo la crisi, come talvolta accade, potrebbe arrivare una nuova opportunità legata alla grande trasformazione del lavoro post pandemia. "La svolta, in particolare nel terziario, arriverà dal nuovo modello di lavoro agile: lo smart working "vero" che può rappresentare un'opportunità di flessibilità per le donne", spiega ancora Bruna Putzulu: "Durante la Pandemia le scuole erano chiuse, e gli aiuti domestici fermi ed inaccessibili. E questa alchimia creava un mostruoso carico di cura per le lavoratrici. Ma con scuola e nidi aperti si può davvero ragionare sul futuro del lavoro a distanza come volano per la parità, gli spostamenti vengono azzerati e questo riduce i costi e la fatica, e dà la possibilità alle lavoratrici di decidere su una vera flessibilità professionale. Anche un part time, diventa economicamente sostenibile con i figli piccoli senza gli esosi costi di trasporto, nelle grandi città. Questo permette il mantenimento della stabilità lavorativa nel tempo ed evita e la fuoriuscita dal mercato del lavoro. Ma occorre muoversi subito, parti sociali, sindacati, governo, affinché vengano protetti carriere e livelli retributivi, facendo diventare, laddove il tipo di lavoro lo permetta, il mero presidio orario passivo sul posto di lavoro un'abitudine poco produttiva e demodè per tutti. Anche per gli uomini".

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