L’hospice “Nonnis”, dove l’assistenza è la parola d’ordine
Cure palliative per i pazienti ricoverati nella struttura ma anche per chi ne ha bisogno a casa: i numeri sono in aumentoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
A Oristano nel 2019 è stato inaugurato l’hospice “Angela Nonnis” (sindaca della cittadina deceduta anche lei a causa di una malattia che non le aveva lasciato scampo). Il secondo in tutta la Sardegna che oggi ne conta sette. La struttura residenziale, alternativa o complementare al domicilio del paziente, in cui viene garantita la cura palliativa rivolta a tutti i malati affetti da malattie inguaribili, in fase avanzata ed evolutiva registra anno dopo anno numeri in aumento, purtroppo. Ed è anche per questo che <gli 8 posti letto attuali diventeranno 12 nel 2027 - annunciano il direttore Giuseppe Obinu e Simona Pes, coordinatrice infermieristica della Rete locale cure palliative – Anche perché ormai i pazienti che abbiamo curati sono oltre 150, nel 2015 170 per l’esattezza>.
I malati
Quali malati possono entrare nell’hospice? «Per attivare le cure palliative il paziente deve avere alcuni requisiti come una patologia ad andamento cronico ed evolutivo, per la quale non esistono terapie. O se esistono, sono inadeguate o sono risultate inefficaci ai fini della stabilizzazione della malattia o di un prolungamento significativo della vita», dice Obinu. Un’aspettativa di vita quindi molto ridotta, massimo due mesi. «Poi possono entrare anche gli altri però restano 20 giorni e, una volta stabilizzati, tornano a casa», precisa il direttore.
L’assistenza
Nell’hospice l’assistenza al malato «è a 360 gradi: medica, psicologica, spirituale - dicono Obinu e Pes – Ma non mancano i piccoli gesti come fare da parrucchiera ai pazienti, l'estetista, organizzare un pranzo, dividere dolcetti, bersi un bicchiere di vino». L’obiettivo è uno: preservare la qualità della vita. «Scontato sottolineare che esiste un’assistenza di base: molte di queste persone hanno bisogno di essere lavate, cambiate, imboccate per mangiare. Gli operatori socio-sanitari si occupano proprio della parte alberghiera, a volte l'unica cosa davvero importante, insieme agli infermieri», sottolinea Simona Pes. «Poi ci sono infermiere e medico che si occupano della parte più strettamente sanitaria. I farmaci per dolore, nausea, agitazione, insonnia, singhiozzo, mancanza d'aria, angoscia», precisa Obinu.
Sintomo refrattario
«Esiste un altro passaggio che si presenta qualche volta: un sintomo chiamato refrattario. Vuol dire che, pur usando tutti i farmaci disponibili, quel sintomo non passa. Allora si interviene con la sedazione palliativa: il paziente dà il consenso e viene addormentato, non avverte il sintomo e piano piano muore. È l'ultimo passo se non risponde a tutti i farmaci», precisa Obinu. Attenzione però a non cedere alla confusione: non si tratta di eutanasia. «Non c'entra nulla, assolutamente. La differenza è di scopo ma anche di mezzi. Lo scopo dell'eutanasia è far morire la persona, quello della sedazione palliativa è eliminare il sintomo per non far star male il paziente, quindi non farlo morire. Il malato non muore prima ma vive il tempo che la vita gli permette», precisano subito dall’hospice.
A domicilio
Ma le cure pallative non si fermano dentro le mura dell’hospice, «dove sono al lavoro 6 infermieri, 7 Oss e io», precisa Pes. Ci sono infatti altri due infermieri («una in scadenza a febbraio ma spero che la rinnovino», precisa Pes) e tre specializzandi che, insieme a Giuseppe Obinu, girano la provincia per portare le cure a domicilio. «Nel 2023 i pazienti seguiti nelle proprie abitazioni sono stati 266, 297 nel 2024, 400 circa nel 2025. Abbiamo aumentato del 30% le visite domiciliari e quest’anno continueranno ad aumentare - afferma Obinu – nelle cure domiciliari capita di seguire pazienti anche per sei mesi, oltre per quelli dell’ambulatorio».
Le famiglie
«Abbiamo anche alcuni casi, pochissimi, di ricoveri fatti di sollievo alla famiglia – dice Pes - Quindi pazienti che non riescono a essere gestiti bene a domicilio, vengono in hospice in modo tale che per un periodo la famiglia non debba prendersene cura, si stabilizzano dal punto di vista della terapia e poi tornano a casa». In ogni caso l’assistenza a tutte le famiglie è sempre garantita. «Il nostro paziente è il nucleo familiare, non il malato. Nell’hospice può restare a dormire un familiare e, nel caso, può essere aiutato da una psicologa», precisa Obinu. «Un’assistenza in tutto e per tutto. Il familiare che vuole il caffè e vuole stare un po’ con noi, che ha bisogno di sfogarsi magari non parlando della malattia ma di tutti i problemi correlati a quella patologia», conclude Simona Pes.
Michele Masala
