C’è stato un tempo in cui, nel nord-est della Siria, sembrava possibile immaginare un futuro diverso. Mentre il Paese si disfaceva sotto il peso della guerra civile, dei bombardamenti e delle milizie jihadiste, tra l’Eufrate e il confine turco prendeva forma un esperimento politico senza precedenti nella storia recente del Medio Oriente. Lo chiamarono Rojava. Oggi, con l’accordo firmato tra le Forze democratiche siriane a guida curda e il governo centrale di Damasco, quel nome rischia di sopravvivere solo nei libri di storia e nella memoria di chi ci ha creduto.

L’intesa sancisce il ritorno dei territori controllati dalle SDF (le forze democratiche siriane) sotto l’autorità dello Stato siriano, la consegna delle infrastrutture strategiche, delle risorse energetiche e dei valichi di frontiera, e l’integrazione delle forze curde nelle strutture statali. Un linguaggio burocratico che nasconde una realtà politica brutale: la fine dell’autonomia curda e la chiusura di una delle ultime parentesi nate dal caos della guerra siriana.

Il sogno di Kobane

Il Rojava era nato nel 2012, quando il regime di Bashar al-Assad aveva ritirato le proprie forze da vaste aree del nord per concentrarsi sui fronti più cruciali. In quel vuoto di potere, i curdi siriani avevano costruito un sistema di autogoverno fondato su assemblee locali, pluralismo etnico e parità di genere. Non uno Stato indipendente, ma una forma di autonomia radicale, ispirata alle idee del confederalismo democratico di Abdullah Öcalan, leader del PKK (il partito comunista curdo) incarcerato in Turchia. Per anni, il Rojava è stato osservato con curiosità e sospetto dall’Occidente. Troppo fragile per essere riconosciuto, troppo scomodo per essere difeso apertamente. Eppure, quando nel 2014 l’Isis avanzò come un’onda nera conquistando territori e seminando terrore, furono proprio i curdi a trovarsi sulla linea del fronte.

Kobane, allora, era poco più di una cittadina di confine. Diventò un simbolo. Assediata per mesi dai jihadisti dello Stato islamico, sembrava destinata a cadere. Le immagini delle case sventrate, dei combattimenti strada per strada, fecero il giro del mondo. A difenderla non c’erano eserciti regolari, ma milizie improvvisate, uomini e donne insieme. Le combattenti delle YPJ (Unità di protezione delle donne), con il fucile a tracolla e i capelli sciolti, divennero un’icona globale della resistenza all’Isis.

Il prezzo

Kobane non fu solo una battaglia militare. Fu un racconto potente: una città che resisteva contro il fanatismo, una società che difendeva se stessa in nome di valori alternativi. Fu lì che gli Stati Uniti decisero di intervenire con i bombardamenti aerei e che l’alleanza tattica tra Washington e i curdi siriani prese forma. Senza di loro, la sconfitta territoriale del Califfato non sarebbe stata possibile. Anche se il prezzo pagato dai curdi fu altissimo. Migliaia di morti, città distrutte, un’intera generazione cresciuta in armi. In cambio, non arrivò mai un vero riconoscimento politico. Il Rojava rimase un’entità sospesa, tollerata finché serviva, ignorata quando divenne scomoda. La Turchia lo considerava una minaccia esistenziale. Damasco lo vedeva come una deviazione temporanea da correggere prima o poi. L’Occidente come un alleato utile, ma sacrificabile.

Le donne

Tra gli elementi più rivoluzionari di quell’esperienza c’era il ruolo delle donne. Non un dettaglio, ma un pilastro ideologico. Nel Rojava le donne non erano solo combattenti, ma dirigenti politiche, giudici, amministratrici. Ogni istituzione prevedeva una co-presidenza uomo-donna, ogni consiglio locale aveva quote paritarie. Esistevano tribunali femminili, case rifugio, campagne contro i matrimoni forzati e la violenza domestica. In una regione dove il potere è storicamente maschile, patriarcale e armato, era una rivoluzione silenziosa ma profonda. Molte giovani curde raccontavano di aver scoperto se stesse proprio attraverso quella esperienza: studiare, comandare, decidere. La guerra, paradossalmente, aveva aperto spazi di emancipazione che la pace, ora, rischia di richiudere.

L’accordo

Il nuovo accordo con Damasco arriva infatti in un momento di isolamento totale per i curdi siriani. Le truppe statunitensi si sono progressivamente defilate, l’attenzione internazionale si è spostata altrove, e il regime centrale ha riconquistato forza e legittimità. A guidare la Siria oggi c’è una figura che fino a pochi anni fa veniva indicata come terrorista jihadista e che ora, nel nuovo gioco delle alleanze regionali, viene accreditata come garante della stabilità. È questo il paradosso del Rojava. I curdi che hanno combattuto l’Isis e contribuito in modo decisivo alla sua sconfitta vedono il loro progetto politico smantellato da un potere che affonda le sue radici nello stesso universo jihadista che avevano fronteggiato. Il sogno di un’autonomia pluralista viene sacrificato in nome della realpolitik.

La mappa dell'area curda in Siria
La mappa dell'area curda in Siria
La mappa dell'area curda in Siria

La questione curda

Eppure, la fine del Rojava non coincide con la scomparsa della questione curda dal Medio Oriente. Al contrario, il mondo curdo continua a esistere in forme diverse, spesso contraddittorie. In Iraq, il Kurdistan autonomo resta una realtà istituzionale riconosciuta, con un proprio governo regionale, un parlamento e forze di sicurezza. Un’autonomia consolidata, nata dopo la caduta di Saddam Hussein, che però oggi appare sempre più segnata da divisioni interne, corruzione e dipendenza economica da Baghdad e dalle potenze regionali. In Turchia, invece, la questione curda rimane una ferita aperta. Il PKK, per bocca del suo leader Ocalan che ha parlato dal carcere, ha deciso di deporre le armi, mentre l’HDP — il partito politico curdo — è sotto pressione costante, tra arresti, scioglimenti e repressione. Qui il sogno non è mai diventato istituzione, ma resistenza politica e culturale. Una battaglia quotidiana per i diritti, combattuta nelle urne, nelle piazze e nelle carceri.

Il Rojava aveva rappresentato qualcosa di diverso: un ponte ideale tra queste realtà, un tentativo di trasformare la lotta curda in un progetto inclusivo, non nazionalista, capace di parlare anche ad arabi, assiri, cristiani, yazidi. La sua sconfitta lascia un vuoto non solo per i curdi siriani, ma per tutti coloro che avevano visto in quell’esperienza un’alternativa possibile.

Il futuro

Con il ritorno di Damasco, è probabile che molte conquiste sociali vengano lentamente assorbite o cancellate. Le strutture femminili autonome, le milizie delle donne, i meccanismi di autogoverno rischiano di non trovare spazio in uno Stato centralizzato, autoritario e patriarcale. La rivoluzione che aveva messo le donne al centro potrebbe sopravvivere solo nella memoria e nella resistenza quotidiana. Così si chiude una stagione. Non con una sconfitta militare, ma con una firma su un documento. Il Rojava non è crollato sotto le bombe dell’Isis, ma sotto il peso dell’isolamento e dell’indifferenza internazionale. Resterà come una parentesi nella storia mediorientale: breve, fragile, ma capace di dimostrare che, anche nel cuore della guerra, qualcuno aveva provato a immaginare un altro futuro.

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