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La storia

Razzismo in corsia: il sacrificio di Susan Moore

Nata in Giamaica si era laureata in Medicina nel Michigan: è morta di Covid
susan moore in un frame del video pubblicato sulla sua pagina facebook
Susan Moore in un frame del video pubblicato sulla sua pagina Facebook

Un paziente con la pelle nera soffre come un bianco. Il dolore non dipende dalla pigmentazione. È una banalità, ma a quanto pare c'è ancora bisogno di spiegarlo a qualche medico dell'Indiana University Health North. Se gli fosse stato spiegato tempo addietro, forse ora Susan Moore sarebbe ancora viva. O forse no, ma almeno avrebbe vissuto la sua malattia, e i suoi ultimi giorni, senza l'afflizione supplementare dovuta alla sensazione di essere discriminata. Anche Susan Moore era un medico. Ed era nera. Nata in Giamaica, cresciuta in Michigan dove si era laureata, e poi specializzata in medicina generale e geriatria. Cinquantadue anni, un figlio di 19. Vari problemi di salute, in particolare ai polmoni. Si era già scontrata con la difficoltà di essere trattata, in ospedale, alla pari dei bianchi. "Ecco come vengono uccisi i neri, quando li mandi a casa e non sanno come lottare per salvarsi", ha detto in un video girato nella stanza in cui era ricoverata, e diffuso per protestare contro la trascuratezza con cui veniva curata per il Covid. Il morbo che l'ha uccisa lo scorso 20 dicembre. La sua storia ha commosso e indignato molti, negli Stati Uniti, e si è aggiunta ai tanti episodi che nel corso del 2020 hanno riaperto la questione razziale nel Paese. Solo che di solito lo slogan "Black Lives matter" - le vite dei neri contano - è riferito agli abusi della polizia contro le persone in stato di fermo. E invece sembra necessario riaffermare il concetto anche nelle corsie degli ospedali, dove salvare vite umane dovrebbe essere l'obiettivo comune e indiscusso.

A Moore è stato diagnosticato il Covid nell'ultima settimana di novembre. I sintomi sono apparsi subito molto seri, e così la donna è stata ricoverata una prima volta nell'ospedale universitario di Carmel, Indiana. Aveva forti dolori al collo e una crescente difficoltà respiratoria. Ma, stando a quanto ha raccontato lei stessa, in lacrime, nel video inviato dal letto in cui era intubata, un dottore dalla pelle bianca ha respinto più volte la sua richiesta di antidolorifici. Anzi, le diceva che sarebbe dovuta tornare a casa. "Sapeva che sono un medico", riferiva la donna nel filmato, "eppure mi ha fatto sentire come se fossi una tossicodipendente. Non ha mai auscultato i miei polmoni, non mi ha mai nemmeno toccata. Se fossi bianca, non dovrei sopportare tutto questo".

Ne era convinta perché sembra che molti medici bianchi, a dispetto delle conoscenze scientifiche che dovrebbero avere, siano convinti che i neri sentano meno il dolore. Lo ha svelato uno studio dell'Università della Virginia del 2016, riportato dal Washington Post. Secondo le risposte date a un questionario, parecchi studenti bianchi di medicina ritengono tra l'altro che gli afroamericani abbiano terminazioni nervose meno sensibili, e un sangue capace di coagulare più in fretta in caso di ferite. Avrebbero addirittura la pelle più spessa e resistente. Evidenti assurdità, ed è ancora più assurdo che pregiudizi del genere possano condizionare il lavoro di un'équipe ospedaliera. Lo studio conclude che, a parità di condizioni, ai pazienti bianchi vengono più probabilmente prescritti farmaci di maggiore impatto, specialmente sul dolore, rispetto alla popolazione dalla pelle nera.

Proteste di piazza dopo l'omicidio di George Floyd (foto Ansa)
Proteste di piazza dopo l'omicidio di George Floyd (foto Ansa)

Nel caso di Susan Moore, solo dopo molte insistenze la dottoressa ha ottenuto di essere sottoposta a una Tac, che ha confermato i problemi da lei denunciati. A quel punto le sono stati dati dei medicinali più forti. Questo non ha impedito che fosse dimessa il 7 dicembre. Ma in meno di un giorno la temperatura è salita ed è crollata la pressione, per cui è stata ricoverata nuovamente. Stavolta all'ospedale Ascension-St. Vincent, dove è stata assistita con maggior attenzione, come ha rivelato lei stessa aggiornando la propria pagina Facebook. Le sue condizioni però sono peggiorate. Non c'è stato niente da fare. Suo figlio, Henry Muhammed, ha potuto vederla per l'ultima volta due giorni prima della fine.

Dopo la sua morte, Susan Moore è diventata un simbolo della lotta al razzismo in ospedale, così come George Floyd - il 46enne ucciso il 25 maggio a Minneapolis da un poliziotto che durante un arresto gli ha schiacciato il collo col ginocchio, fino a farlo soffocare - è diventato il simbolo della lotta contro le violenze delle forze dell'ordine. Dennis Murphy, presidente dell'Indiana University Health, ha detto al sito IndyStar che non ritiene che l'ospedale abbia sbagliato negli aspetti tecnici delle cure garantite a Moore. Ha però ammesso che il personale sanitario non ha probabilmente mostrato "il livello di compassione e rispetto per cui noi ci adoperiamo, allo scopo di capire al meglio le esigenze dei nostri pazienti". È possibile (ma non dimostrato) che le carenze di umanità di quel dottore bianco dell'ospedale di Carmel non siano la causa diretta della morte di Susan Moore. Ma forse non è neppure questo il punto. Chiunque conosce lo stato di prostrazione in cui si trova una persona ammalata durante un ricovero, quando la sua libertà, le sue speranze, persino gli orari dei suoi pasti sono affidati ai medici. Non essere ascoltati, non riuscire a far capire e considerare le proprie sofferenze, può aggravare le condizioni psicofisiche di qualsiasi paziente. Un grande Paese evoluto e democratico come gli Stati Uniti non può accettare che il razzismo interferisca con la risposta al bisogno di salute della sua popolazione. Il sacrificio di Susan Moore, e soprattutto la sua vigorosa denuncia dal letto di morte, forse aiuteranno il sistema sanitario americano a spazzare via un'odiosa discriminazione nei confronti delle persone che soffrono.

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