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I quartieri

Marina, il crocevia dei popoli

Dove Cagliari incontrava il resto del mondo
la chiesa di sant eulalia a cagliari dedicata alla patrona di barcellona (foto marcello cocco)
La chiesa di Sant'Eulalia a Cagliari, dedicata alla patrona di Barcellona (foto Marcello Cocco)

Gli abitanti di Castello sono "pisciatinteris" (o "pisciarrenconis"), quelli di Stampace "cuccurus cottus" e i residenti di Villanova "inforracristus". E chi vive alla Marina? I cagliaritani, si sa, spesso usano un linguaggio che sarebbe censurato alla corte della Regina. Ma da queste parti nessuno si stupisce se i "portuali" sono chiamati "culus infustus". Facile comprendere la ragione per la quale i loro sono fondoschiena siano bagnati: lavorando al porto o facendo i pescatori era quasi scontato che dovessero fare regolarmente i conti con l'acqua di mare.

Curioso, invece, è il fatto che questo è l'unico quartiere storico ad aver cambiato nome. Non una ma, forse, due volte: la prima denominazione, stando ad alcuni storici, sarebbe stata Balnearia perché, in epoca romana, in questo luogo ci sarebbero stati i bagni pubblici. Affermazione questa sulla quale, però, non concorda lo studioso Massimo Pittau: secondo lui la Balnearia romana sarebbe stata nella zona di Bonaria (un nome che deriverebbe, appunto, dalla trasformazione pisana in "Bagnaria" e, successivamente, per un fenomeno di paretimologia, diventato Bonaria).

Certo, invece, è il nome successivo affibbiato al quartiere dai pisani: Lapola. Un termine ("làppola", per l'esattezza) che, nel pisano medievale, significava palizzata. Di quale palizzata si parla? Di quella che serviva a chiudere e a proteggere il porto. Lo scalo marittimo era sbarrato da pali affilati che avevano la funzione di evitare sbarchi non graditi. Se arrivava qualche nave ostile, veniva cannoneggiata, rischiando di finire su quei pali e, quindi, di affondare. E, se di giorno era difficile, sbarcare, di notte diventava quasi impossibile: il porto era chiuso da cinquecento pali incatramati, collegati tra loro. In pratica, le imbarcazioni avevano a disposizione solo un piccolo pertugio per entrare. Spazio che veniva chiuso la notte da un'enorme catena, stesa con la barca catenaria.

Làpola, una parola sdrucciola che, evidentemente, piaceva poco ai cagliaritani, divenne Lapòla (e, qualcuno, cominciò a staccare il presunto articolo dal sostantivo creando due parole, La Pola). Fenomeni linguistici che non coinvolsero i successivi dominatori, gli spagnoli. Loro ribattezzarono il quartiere con un nome, tutto sommato, scontato: Marina.

E quel rione divenne davvero il luogo in cui la città incontrava il resto del mondo. Tanti visitatori, sbarcati da quelle parti, decidevano di trascorrere a Cagliari la loro vita. Senza, però, dimenticare i loro retaggi culturali.

Non è un caso che proprio alla Marina furono costruite chiese intitolate a santi particolarmente venerati in altri luoghi. I siciliani innalzarono la chiesa di Santa Rosalia mentre i genovesi riuscirono a far costruire la chiesa dei Santi Giorgio e Caterina.

Una chiesa (non a caso detta "dei genovesi", visto che l'ingresso era sormontato dallo stemma della città ligure) con una storia particolare: la sua costruzione, in "Sa Costa" (l'attuale via Manno) iniziò nel 1599. Fu visitata dai fedeli per quasi due secoli e mezzo. Sino a quando, il 13 maggio 1943, non fu distrutta dai bombardamenti alleati.

Terminata la guerra, si pensò di ricostruirla nello stesso punto. Ma, nel frattempo, l'area era stata acquistata da La Rinascente (non a caso, prima di diventare uno store di Zara, era un punto vendita della Upim).

Così fu scelto un altro luogo, individuato nel neonato quartiere di Monte Urpinu: la chiesa fu progettata, nel 1957, dagli architetti Marco Piloni e Francesco Giachetti; sette anni più tardi, l'arcivescovo Paolo Botto la trasformò in parrocchia.

E, a proposito di santi di importazione, è impossibile non citare la chiesa più importante del quartiere: è intitolata a Sant'Eulalia. Un culto, evidentemente, di origine catalana dal momento che la fanciulla tredicenne, martirizzata sotto Diocleziano, è la patrona di Barcellona.

I napoletani, invece, devono accontentarsi solo di macerie dal momento che la chiesa dedicata alla loro patrona, Santa Lucia, è stata distrutta dai bombardamenti. E, come è capitato per i Santi Giorgio e Caterina, si è dovuta trasferire in un nuovo quartiere, a San Benedetto.

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