Quel giorno accadde una cosa strana: l’azienda italiana Iveco divenne uno dei main sponsor degli All Blacks, Nuova Zelanda, il Brasile della palla ovale. I bambini di allora appresero dai giocattoli l’esistenza, in un altro mondo, di strani giganti tatuati che si passavano una palla ovale. Iveco e All Blacks. Quali assonanze, quali affinità portarono alla partnership? Lo racconta in un libro Inizio modulo

Il libro

Alessandro Cicchetti, manager internazionale con più di trent’anni di esperienza, allora responsabile del progetto. Il libro, edito da Engage Editore si intitola “The Human Engine: Visione, energia e cultura. Come la leadership accende le persone e genera valore nelle organizzazioni”. 330 pagine in cui l’autore racconta la sua vita piena di idee, alcune apparentemente bislacche, come usare il rugby – e la squadra più famosa del mondo come gli All Blacks – per promuovere l’immagine della più importante azienda italiana specializzata nella produzione di veicoli commerciali.

La partnership prese il via nel 2007, con un investimento di 10 milioni di dollari. Tra le iniziative più celebri la carica dei pesanti, il lancio della carovana All Blacks Road show con 100 camion Strailis in livrea all blacks in viaggio in tutta Europa. La collaborazione è poi continuata ed è stata rinnovata a lungo.

Come andò a finire già lo sappiamo. Un successo clamoroso per Iveco, il rugby italiano e gli All Blacks. Per i tutti neri sponsorizzare anzi era un modo per riconoscere al movimento italiano una mano in termini di immagine. Fu un grande successo: Italia e All Blacks cominciarono a parlarsi in modo molto più amichevole, perché facevano parte della stessa famiglia Iveco.

Cicchetti ha raccontato questa incredibile avventura alla bibbia del rugby italiano On Rugby.

«Prima seguivo il Daily, che era un prodotto di grande successo, poi mi sono trovato a lavorare anche sui veicoli medi e su quelli pesanti. E i pesanti avevano un problema: lo Stralis era un ottimo prodotto, tecnicamente molto buono, ma non aveva la stessa percezione di qualità dei concorrenti svedesi, tedeschi o del nord europa. Dovevamo trovare un modo per aumentare il valore percepito della marca».

Iveco cercava un modo per dare forza al team durante una convention interna e trovò un espediente: far vedere l’haka degli All Blacks. L’antica danza di guerra maori che precede tutte le partite degli All Blacks.

Il team di ricerca Iveco cominciò a studiare il rugby scoprendo che le similitudini tra il gioco e l’azienda non erano poche.

«erano grossi, avevano valori di serietà, forza, performance. Se volevamo prendere il rugby, però, volevamo il meglio, e quindi puntammo proprio agli All Blacks». Ma non tutti in Iveco condividevano la scelta. Alcuni avrebbero voluto Tyson, il re dei pesanti, il miglior contraltare per lo Strailis.

Però Tyson non aveva il set valoriale degli All Blacks e del rugby. Quando fai un’operazione di immagine, il set valoriale deve essere simile a quello dell’azienda, ma anche positivo.

Cicchetti inviato in Nuova Zelanda, a parlare non solo con l’intero board degli All Blacks ma anche con la squadra, che aveva voce in capitolo sulle scelte.

La svolta arrivò grazie all’assenso di Sergio Marchionne, che intuì la grande portata dell’idea.

«Prima dell’annuncio passarono mesi complicati, anche perché il contratto non era ancora firmato. Dovemmo lavorare per tre o quattro mesi senza firma. Il contratto era dagli avvocati, ma noi dovevamo girare spot, preparare materiali, organizzare tutto. Gli All Blacks furono dei signori: ci mandarono i giocatori dietro a una semplice una stretta di mano, senza garanzie. Io, dall’altra parte, mi prendevo dei rischi enormi, perché se fosse successo qualcosa non c’era ancora un contratto. Il contratto venne firmato il giorno dell’annuncio a Montecarlo».

Per Iveco gli All Blacks fecero la Haka, al chiuso, a Torino, per girare uno spot. Una scelta non facile anche per i giocatori, considerando la spiritualità della danza maori.

«A loro non interessavano solo i soldi. Erano interessati ad avere notorietà in Europa, e noi potevamo dargliela. A noi serviva notorietà nel mondo, a loro in Europa. Ci siamo trovati nel momento giusto e insieme abbiamo costruito una sorta di alleanza. Credo abbia funzionato così bene proprio per questo», ha spiegato Cicchetti.

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