C’è un momento, entrando nelle sale dell’ala Est del Musée d’Orsay, in cui il brusio dei visitatori quasi si spegne. Non perché il museo si svuoti, ma perché tutti finiscono inevitabilmente per fermarsi davanti allo stesso quadro. C’è chi scatta una fotografia, chi resta immobile per qualche secondo, chi si avvicina lentamente per cogliere i dettagli. È il potere del Bal du moulin de la Galette, il capolavoro con cui Pierre-Auguste Renoir ha consegnato all’eternità una domenica pomeriggio nella Parigi del 1876.

La scena si muove davanti agli occhi. I tavolini all’aperto, gli uomini con il cappello di paglia, le donne vestite a festa, i bambini, i sorrisi, il chiacchiericcio che quasi si può sentire. E poi quella luce che filtra tra gli alberi di Montmartre, trasformando ogni volto in un riflesso, ogni abito in un’esplosione di colore. Renoir non dipinge solo una festa popolare: dipinge la felicità, l’illusione di un pomeriggio infinito. Un uomo solleva il cellulare per immortalare quel capolavoro, altri osservano in silenzio, quasi dimenticandosi della folla che li circonda. Perché questo è uno di quei quadri che si conoscono da sempre, attraverso i libri e le riproduzioni, ma che soltanto dal vivo rivelano la loro forza. 

Il Bal du moulin de la Galette è solo l’inizio di un percorso straordinario. La mostra dedicata a Renoir, Renoir et l'amour. La modernité heureuse, allestita fino al 19 luglio scorso nelle sale del museo parigino è una delle più ricche mai dedicate al maestro del colore e della “joie de vivre”, la gioia di vivere. Decine di opere provenienti da musei e collezioni anche private dialogano tra loro, permettendo di seguire l’evoluzione di un pittore che, pur essendo tra i protagonisti dell’Impressionismo, non ha mai smesso di cercare nuove strade.

A Parigi sono arrivati dipinti dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Svizzera, dal Giappone e da importanti collezioni europee. Il risultato è un viaggio completo nella produzione di Renoir: dai primi paesaggi alle scene della vita quotidiana, dai celebri ritratti femminili alle maternità, fino ai nudi degli ultimi anni.

Evidente il rapporto con gli altri “mostri” impressionisti. Monet, Degas e Pissarro sono presenze costanti, ma Renoir sceglie presto una strada personale: meno interessato al paesaggio puro, è più affascinato dall’essere umano, dai volti, dalle relazioni, dalla volontà di raccontare il piacere di vivere. Particolarmente emozionante è la sezione dedicata agli ultimi anni della sua vita. Colpito dall’artrite reumatoide, Renoir continuò a dipingere nonostante i dolori e le deformazioni alle mani. La leggenda racconta che i pennelli venissero fissati alle dita per permettergli di lavorare. Vero o no, resta il fatto che non smise mai di creare.

Il Musée d’Orsay riesce a compiere una nuova impresa, l’ennesima in 40 anni di vita da quando l’ex stazione ferroviaria del centro città è stata trasformata in museo da Gae Aulenti: non limitarsi a esporre capolavori, ma costruire un racconto, dove la normalità diventa bellezza universale.

© Riproduzione riservata