Il caso Paska Devaddis, “reina de sos bandidos”
Ricercata per concorso in omicidio, malata di tubercolosi e morta a venticinque anni prima del processo. La storia della donna diventata il volto della disamistade di Orgosolo di inizio 900’, tra cronaca, faida e leggendaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Quando Pasqua Devaddis morì, nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1913, aveva venticinque anni, era ricercata dall’autorità giudiziaria e da mesi era consumata dalla tubercolosi. Nella memoria popolare sarebbe diventata Paska, una delle figure più note della Barbagia. I documenti conservati negli archivi raccontano invece una storia diversa: quella di una giovane coinvolta nella più celebre faida sarda, morta prima che un tribunale potesse pronunciarsi sulle accuse rivolte contro di lei.
La ricostruzione della sua vicenda è stata possibile soprattutto grazie alle ricerche di Anna Segreti, già direttrice dell’Archivio di Stato di Sassari. Attraverso un fascicolo giudiziario ritenuto a lungo disperso, Segreti ha ricostruito il percorso processuale di Pasqua Devaddis, distinguendo i fatti documentati dalle narrazioni che nel corso del Novecento ne hanno trasformato la figura in un personaggio simbolico.
Per comprendere il destino di Paska occorre partire dall’origine della disamistade di Orgosolo.
Nel 1903 morì Diego Moro, uno dei più ricchi proprietari terrieri del paese. La sua fortuna economica era il risultato di una vita complessa. Da giovane aveva lavorato come guardiano di porci; successivamente, secondo le cronache del tempo, aveva accumulato ricchezze attraverso il furto di bestiame e le rapine ai danni di proprietari terrieri. Abbandonata quella stagione, investì il denaro acquistando terreni e dedicandosi al commercio del bestiame.
Poco prima di morire dettò testamento nello studio del notaio Satta-Carroni di Nuoro, disponendo che il patrimonio fosse diviso in parti uguali fra i quattro nipoti Giovanni Antonio Corraine, Angela Rosa Corraine Moro, Domenica Corraine Podda e Giovanna Corraine Cossu.
La successione non pose fine alle controversie. Giovanni Antonio Corraine accusò la cugina Giovanna Corraine Cossu, che aveva vissuto con lo zio negli ultimi anni, di essersi appropriata di mobili, denaro e oggetti preziosi per un valore stimato in circa duecentocinquantamila lire. Da una lite ereditaria nacque una contrapposizione destinata a segnare la storia di Orgosolo per oltre un decennio.
Attorno ai Corraine si schierarono Angela Rosa e i suoi figli, oltre alle famiglie Devaddis, Succu e ad altri nuclei uniti da rapporti di parentela, interessi economici o promesse di matrimonio. Con Giovanna Corraine Cossu si allearono invece la sorella Domenica Corraine Podda, i Monni, i Pisanu, i Piredda e altre famiglie del paese. Nel giro di pochi anni la disputa patrimoniale si trasformò in una sequenza di omicidi, vendette e regolamenti di conti che coinvolse gran parte della comunità orgolese.
Pasqua Devaddis apparteneva alla famiglia schierata con i Corraine. Fino al 1912 il suo nome non compare come protagonista degli episodi di sangue della disamistade. La sua posizione cambia il 12 giugno di quell’anno.
Quella sera Antonio Succu viene ucciso a fucilate nella cucina della propria abitazione, mentre la famiglia è riunita. Assiste all’omicidio la sorella tredicenne Mariangela, che rincorre gli assassini gridando. I fuggitivi tornano sui loro passi e sparano anche contro di lei, ferendola lievemente. La ragazza identifica come autori materiali Diego Corraine e Antonio Devaddis.
Nelle ore successive l’indagine coinvolge anche Pasqua Devaddis. Alcuni riferiscono di averla vista transitare nelle vicinanze della casa dei Succu poco prima dell’agguato. Su questo elemento si costruisce l’impianto accusatorio nei suoi confronti.
Il tenente dei Carabinieri Diemoz comunica alla stazione di Orgosolo l’emissione di un mandato di cattura per Diego Corraine e Antonio Devaddis, indicati come autori dell’omicidio, e per Pasqua Devaddis, accusata di avere «fornito indicazioni atte ad agevolare l’esecuzione di delitti». Nei documenti non compare alcuna contestazione relativa alla partecipazione materiale all’assassinio.
Antonio Devaddis e Diego Corraine vengono arrestati nel corso dello stesso mese. Per Pasqua Devaddis il provvedimento viene sospeso. Il 24 giugno 1912 lo stesso Diemoz comunica che, per ragioni di opportunità, si è deciso di soprassedere temporaneamente all’arresto della giovane.
Da quel momento Pasqua si rende irreperibile. La sua latitanza dura circa un anno.
Le cronache popolari collocano questo periodo interamente nel Supramonte, accanto ai latitanti della disamistade. La documentazione restituisce un quadro più articolato. Nei primi mesi la giovane vive effettivamente nelle campagne, mantenendosi nascosta e cambiando frequentemente rifugio. Successivamente, quando la tubercolosi di cui soffre da tempo si aggrava, rientra clandestinamente nella casa di famiglia.
Dal giugno del 1913 le sue condizioni peggiorano rapidamente. La malattia evolve lentamente fino a impedirle qualsiasi autonomia. Ad assisterla è soprattutto la sorella Carola. Nel paese la sua presenza non sembra costituire un segreto.
Una testimonianza raccolta negli atti sintetizza efficacemente quel clima: «I carabinieri passavano spesso, ma non entravano mai».
Il significato di quella frase rimane affidato ai documenti. È certo soltanto che Pasqua Devaddis trascorse gli ultimi mesi nella propria abitazione senza essere arrestata.
Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1913 muore.
Il maresciallo Giuseppe Cossarini invia immediatamente un telegramma al procuratore del Re di Nuoro: «Nella notte appena passata moriva di tubercolosi nella sua abitazione la catturanda Devaddis Pasqua di anni 25».
Il verbale redatto dopo il decesso descrive con precisione la composizione della salma. Il corpo è disteso sul pavimento sopra un tappeto. Le mani, sovrapposte a un crocifisso appoggiato sul petto, sono legate da un nastro azzurro, così come i piedi. La testa poggia su un cuscino ricoperto da un drappo di broccato azzurro ricamato in filo dorato.
Indossa il costume tradizionale orgolese: la benda gialla di seta sul capo, il corsetto di velluto nero sopra il giubbone scarlatto, la camicia bianca chiusa da gemelli d’argento, il grembiule ricamato, la gonna di orbace, la sottogonna di tela, le calze bianche e le scarpe allacciate sul davanti.
L’esame necroscopico conferma che la morte è stata provocata dalla tubercolosi, giunta allo stadio terminale dopo una lunga consunzione. I medici stabiliscono inoltre che negli ultimi giorni di vita la giovane non era più in grado di muoversi autonomamente.
La perizia evidenzia però un particolare destinato ad alimentare il dibattito per oltre un secolo. Sulla schiena viene rilevata una lieve escoriazione, giudicata compatibile con un trasporto avvenuto dopo la morte. I periti non sono in grado di stabilire se il corpo sia stato semplicemente spostato all’interno dell’abitazione oppure trasportato dall’esterno attraverso una porta secondaria. Da quale luogo provenisse rimane impossibile determinarlo.
Su questa incertezza si è sviluppata una delle narrazioni più note legate a Paska Devaddis. Secondo la tradizione sarebbe morta in una grotta del Supramonte assistita dal fidanzato Michele Manca e da altri compagni, che durante la notte ne avrebbero riportato il corpo fino alla casa di famiglia. Un’altra versione sostiene invece che il decesso sia avvenuto nell’abitazione di alcuni parenti. Nessuna delle due ricostruzioni trova conferma nella documentazione giudiziaria.
Pasqua Devaddis morì quattro anni prima del grande processo celebrato a Sassari nel 1917 per i fatti della disamistade. La sua posizione non fu mai esaminata da un tribunale. Rimase una ricercata deceduta prima del giudizio.
Fu dopo la sua morte che iniziò la costruzione del personaggio.
La stampa, il racconto orale e la memoria collettiva contribuirono ad attribuirle episodi che non compaiono nei fascicoli processuali: la lunga permanenza armata nel Supramonte, la capacità di cavalcare e di maneggiare il fucile, gli incontri con i carabinieri, il ruolo di guida dei latitanti. Nacque così l’immagine della “regina dei banditi”, destinata a prevalere sulla figura restituita dagli archivi.
Un contributo decisivo alla fortuna culturale di Paska arrivò negli anni Ottanta con Michelangelo Pira. Giornalista, antropologo e studioso della società barbaricina, Pira le dedicò il radiodramma Paska Devaddis, poi pubblicato nel volume Tre radiodrammi per un teatro dei sardi. L’opera non si propone come ricostruzione giudiziaria, ma come interpretazione teatrale della memoria della disamistade. Attraverso la lingua, i dialoghi e la coralità della comunità, Pira trasformò Paska in una figura simbolica della Barbagia, sintetizzata nell’espressione «reina de Orgosolo e de bandidos». Fu soprattutto quella rappresentazione, più che le cronache dell’epoca, a fissarne definitivamente l’immagine nell’immaginario collettivo.
Le ricerche archivistiche degli ultimi anni hanno riportato la vicenda entro i confini delle fonti. La Paska documentata è una giovane donna appartenente a una delle famiglie coinvolte nella disamistade, destinataria di un mandato di cattura per concorso fondato su elementi limitati, colpita dalla tubercolosi durante la latitanza e morta prima che la giustizia potesse stabilire le sue eventuali responsabilità. Accanto a questa figura continua a esistere quella consegnata dalla memoria popolare, dalla letteratura e dal teatro. Le due immagini, nate da fonti diverse, convivono ancora oggi nel racconto di una delle pagine più note della storia di Orgosolo.
