Preferenze affossate, Giorgia Meloni i “nemici” li ha in casa
Il voto di preferenza, caro alla premier, è stato bocciato martedì nella seduta della Camera dedicata all’esame della riforma elettoralePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Gli scontri interni sono la norma. Ma altra cosa è usare l’arma del voto segreto per fare quello che non si condivide. In estrema sintesi, è successo così sulla legge elettorale, quando nella seduta di martedì sera trenta franchi tiratori del centrodestra hanno affossato le preferenze care a Giorgia Meloni.
La cronaca: la premier da sempre ha una passione per il voto all’antica, chiamiamolo così, quando i cittadini indicavano sulla scheda delle Politiche il nome del candidato prescelto. Lo strumento, va detto, è sempre stato divisivo, tanto che nel tempo sono arrivate le liste bloccate. Ovvero, i futuri parlamentari – come accade oggi – vengono decisi a tavolino dai partiti, inserendoli nelle prime posizioni. Tutte le altre sono candidature di servizio, giusto per riempire la lista, ma senza alcuna speranza di arrivare alla Camera o al Senato.
Con il voto di martedì si sarebbe dovuti tornare al passato. Meloni, nei giorni precedenti al voto, aveva fatto arrivare un messaggio preciso agli alleati, chiedendo compattezza. La riforma elettorale, del resto, è entrata nell’agenda della maggioranza (sebbene cara anche alle opposizioni) dopo la batosta incassata dal centrodestra sulla riforma della giustizia, con il referendum bocciato dal 53,74% degli italiani. Meloni, allora, ci aveva messo la faccia, perdendo. Martedì il copione si è ripetuto. Peraltro: con la modifica delle regole sul voto, la coalizione si stava portando avanti nell’eventualità di un improvviso ritorno alle urne e per evitare, con il Rosatellum attuale, il rischio dell’ingovernabilità, visto che la legge non prevede premio di maggioranza. L’emendamento, in particolare, lo ha presentato il capogruppo di FdI a Montecitorio, Galeazzo Bignami.
Adesso è tutto da rifare. E non si sa quale piega prenderà il confronto in maggioranza. Francesco Lollobrigida, ministro delle Politiche agricole, ex cognato di Meloni, ha promesso alla premier che «i trenta franchi tiratori» li avrebbe trovati lui. Ignazio La Russa, uno dei fondatori di FdI, ha suggerito di riportare l’emendamento sulle preferenze al Senato, dove non è previsto il voto segreto, preferenze incluse. Quindi non c’è il rischio che si ripeta il trappolone.
Certo che la valutazione sui franchi tiratori è molto più complessa di quanto possa sembrare. In Aula i “no” sono stati 188 contro i 187 sì. Ma potrebbero essere molti più di trenta i parlamentari che hanno “tradito” Meloni nel centrodestra, perché magari a favore della preferenze si è espresso qualcuno delle opposizioni, magari nel Pd.
Per la premier serve un vertice di maggioranza imminente. Meloni potrebbe comunicare ai suoi la decisione di anticipare al 2026 il voto delle Politiche. Qualcuno dice a ottobre. Ma sono supposizioni che ancora non trovano ufficialità. I fedelissimi della premier le hanno suggerito di non prendere decisioni avventate, sull’onda della rabbia. E ieri ne ha avuta parecchia la presidente del Consiglio che non si aspettava la pugnalata. Anche perché sul referendum hanno scelto gli elettori. Alla Camera, invece, il banco l’hanno fatto saltare i politici. Gli stessi alleati di Meloni.
Sul voto delle preferenze si sono giocati anche equilibri interni ad altri partiti del centrodestra. Le mani sulla faccia che si è messo Antonio Tajani l’hanno detto lunga sulle risse aperte tra gli azzurri: in Forza Italia esiste un gruppetto che è ai ferri cortissimi con il ministro degli Esteri e vicepremier. Tajani lo sa bene e questo può avere determinato una guerra nella guerra che ha portato all’affossamento dell’emendamento sulle preferenze, malgrado il capo dei berlusconiani avesse assicurato fedeltà a Meloni. Il messaggio che gli eventuali franchi tiratori di FI hanno fatto passare, è che Tajani non controlla totalmente il partito. È un comandante a metà.
Questi sono giorni decisivi per capire come butta in maggioranza. Sul fronte opposto, le minoranze hanno chiaro il disegno: vogliono tornare alle urne per approfittare del logoramento a cui gli alleati di Meloni stanno sottoponendo la propria leader e magari fare il colpo grosso conquistando Palazzo Chigi.
Giovedì 16 luglio la legge elettorale è passata al Senato senza la preferenze. Il 21 o il 22 inizia l’esame a Palazzo Madama. La storia è ancora tutta da scrivere. Anche della eventuale crisi politica.
