Nell’anno che celebra gli ottant’anni della Repubblica e del voto alle donne c’è un altro traguardo da ricordare di cui è simbolo Tina Anselmi. Lei, ex staffetta partigiana, parlamentare della Democrazia cristiana, esattamente cinquant’anni fa è la prima donna a entrare nel Governo. Il 29 luglio 1976 viene nominata ministro della Repubblica (al maschile, secondo la declinazione del tempo): prima volta nella storia d’Italia nella quale lascia un segno profondo, ben oltre la valenza simbolica. Ancora oggi viene ricordata come madre della parità salariale tra uomo e donna del 1977 e della riforma del 1978 che istituisce il Servizio sanitario nazionale. Scelte lungimiranti e traguardi fondamentali, anche per l’Italia d’oggi che, pur distratta, continua a beneficiarne. Non a caso Papa Leone in un incontro a febbraio con i giovani del progetto Policoro richiama Tina Alsemi tra i politici italiani da prendere ad esempio assieme ad Aldo Moro, Giorgio La Pira, Luigi Sturzo, Armida Barelli (cofondatrice dell’Università Cattolica), e ad altre figure fondamentali come san Francesco, don Bosco, don Milani, don Puglisi.

Il primo incarico da ministro porta Tina Anselmi al dicastero del Lavoro e della previdenza sociale: resta in carica dal 29 luglio 1976 all’11 marzo 1978 con il terzo governo Andreotti. Subito dopo passa al ministero della Sanità che guida fino al 4 agosto del 1979: qui porta avanti leggi importanti come quella che introduce il Servizio sanitario nazionale, la 180 ovvero la legge Basaglia che riforma l’assistenza psichiatrica: svolta epocale perché l’Italia diventa il primo Paese ad abolire i manicomi. E poi la legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza. Su quest’ultima, da cattolica, ha forti perplessità, ma fa prevalere in termini concreti la laicità dello Stato. Anselmi ha tanti meriti: dalla tutela della maternità alla pensione per le casalinghe, dalla proposta di regolamentare l’educazione sessuale nelle scuole alla riforma del diritto di famiglia.

Tina Anselmi (archivio Unione Sarda)
Tina Anselmi (archivio Unione Sarda)
Tina Anselmi (archivio Unione Sarda)

Quando arriva ai palazzi del potere ha già maturato un percorso politico autorevole. Nata nel 1927 a Castelfranco Veneto da padre farmacista, cattolico e socialista, e madre casalinga, prima di 4 figli, cresce negli anni del fascismo. A 17 anni a Bassano del Grappa assiste all’impiccagione di 31 giovani, catturati durante un rastrellamento dai nazifascisti. Tanta morte e violenza la segnano per sempre. Entra allora nella Resistenza, staffetta partigiana con il nome di Gabriella, quasi a evocare il messaggero divino dell’arcangelo Gabriele. È nella brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, poi passa al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Nello stesso periodo, 1944, aderisce alla Democrazia cristiana.

Si laurea in lettere all’Università Cattolica di Milano, diventa sindacalista a fianco alle operaie tessili. Ha passione politica, temperamento e ambizione: a 41 anni approda in Parlamento con la Democrazia cristiana. Primo atto di un percorso prestigioso che la porta a diventare ministra interpretando al meglio la carica. Nei giorni drammatici del rapimento Moro è molto vicina alla famiglia dello statista. Non atto di mera circostanza perché Aldo Moro era per lei amico e maestro e quel delitto politico diventa un passaggio lacerante.

Tre anni dopo, nel 1981, arriva un incarico insidioso: la presidenza della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, unica donna tra venti senatori e altrettanti deputati. Incarico gravoso, non solo per il super lavoro, contenuto in 120 volumi che ricostruiscono la rete opaca che all’ombra dello Stato agisce per tentare di spostare il centro del potere. C’è di tutto. Carte e nomi di uomini delle istituzioni, dell’economia, dell’informazione, dell’apparato militare e dei servizi. Nel 1984 la relazione finale delinea un quadro inquietante. «L’ampiezza e la gravità del fenomeno coinvolge, ad ogni livello di responsabilità, gli aspetti più qualificati della vita nazionale», si legge nella relazione. Quell’impegno portato avanti con scrupolo e fermezza, a costo anche dell’isolamento politico, secondo molti osservatori, compromette la sua corsa alla presidenza della Repubblica. Nel 1985, quando viene eletto Francesco Cossiga, i voti per Anselmi sono appena tre. Il suo nome ricorre soprattutto nel 1992 e nel 2006, sostenuto dal blog “Tina Anselmi al Quirinale”.

A un giornalista del Corriere della Sera che nel 1985 le domanda se l’Italia è matura per avere una donna al Quirinale risponde: «L’Italia non so … Mi chiederei piuttosto se sono matura io … A parte ogni merito o gratificazione personale, penso che sarebbe interessante dal punto di vista del costume. E soprattutto significativo per le donne. Vede, una donna che riesce, riesce per tutte le altre». Un traguardo mancato ancora oggi, a oltre 40 anni di distanza da quelle parole.

Nel 1992 Tina Anselmi conclude la sua lunga esperienza parlamentare, ma non l’impegno politico. Muore a Castelfranco Veneto nel novembre del 2016.

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