All’inizio nell’inquadratura c’è soltanto lui, o lei. Turisti. Seduti su una sedia sistemata sopra una terrazza, gli occhiali da sole anche quando piove, abbigliamento sportivo, spesso pure una piccola bandiera brasiliana tra le mani. Guardano verso l’obiettivo. Qualche secondo e il drone comincia ad arretrare. Lentamente. Lui o lei diventano sempre più piccoli mentre l’immagine continua ad allargarsi. Prima compare la terrazza, poi le case accatastate l’una sull’altra, quindi i tetti di lamiera e cemento. Entrano nell’inquadratura i vicoli, la montagna e, più lontano, l’oceano. Rio de Janeiro. È uno dei nuovi souvenir di Rocinha, la più grande favela del Brasile dove vivono più di centomila persone. Non si compra, si condivide. Una manciata di secondi da pubblicare su Instagram o TikTok per dire: io sono stato qui.

Ecco l’ultima frontiera del turismo della miseria: trasformare un luogo attraversato da disuguaglianze, fatica e violenza in una giostra panoramica. Una trovata turistica semplice, ma grezza. Eppure irresistibile, a giudicare dai tantissimi che si cimentano. Un gioco che conviene a tutti, tranne alla verità. Conviene al turista, che può dire di essere “entrato nella favela” senza averla osservata davvero. E conviene anche a chi, dentro la favela, ha interesse a offrire un’immagine addomesticata: terrazze, musica, panorama, adrenalina. Il narcotraffico, che dentro la favela gestisce quasi tutto, turismo compreso, non ha bisogno di nascondere la favela: gli basta trasformarla in spettacolo. E il turista collabora volentieri, scambiando per esperienza ciò che in realtà è solo una scenografia.

Il paradosso è che più il drone sale, più sembra mostrare. In realtà racconta sempre meno. Vista dall’alto Rocinha è impressionante. Una distesa infinita di costruzioni che si arrampicano sulla montagna, muri e terrazze incastrati gli uni negli altri, con i quartieri ricchi come São Conrado a poca distanza. Tutto diventa colore, geometria, vertigine. Anche la povertà finisce per acquistare una sua estetica. Ma una favela non è un panorama. Da lassù non si vedono i vicoli dove due persone passano a fatica, le scale ripidissime, i grovigli di cavi elettrici sospesi sopra le teste. Non arrivano gli odori dei rifiuti e della fogna a cielo aperto, il rumore continuo delle moto che fanno su e giù tutto il giorno, le bocche di fumo, le vedette per la droga. Non si vedono i ragazzini maneggiare i mitra con disinvoltura, né le tantissime persone perbene che ogni mattina scendono dalla favela per attraversare Rio e andare a lavorare.

Con questa trovata turistica, scompaiono le persone. Il turista intanto aspetta che il drone torni. Guarda il video sul cellulare. Se qualcosa non funziona, si rifà. Un sorriso più largo, la bandiera più alta, il movimento più spettacolare. Poi arriva la sequenza giusta: primo piano, decollo, allontanamento vertiginoso, favela, oceano. È una Rio bellissima. Ma mutilata. Perché la favela da social dura trenta secondi. Quella vera continua quando il video è finito. Per conoscerla bisognerebbe fare esattamente il contrario di ciò che fa il drone. Non salire, ma scendere. Non allontanarsi per rendere tutto più bello, ma avvicinarsi alle persone. Lasciare la terrazza, entrare nei vicoli, fermarsi davanti a una porta, ascoltare una voce. Quella di Teresa, per esempio. Una donna di 89 anni che ha vissuto tanti anni in Italia, a Nettuno. Che ha scelto di tornare nella sua Rocinha quando si è ammalato il figlio. Oggi gestisce da sola un bar in uno dei tanti vicoli strettissimi, aperto tutti i giorni dalle 5 alle 23. “Bella l’Italia, mi manca. Ma questa è casa mia”.

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