Ore sul divano o sul letto della cameretta: lo sguardo senz’anima, il telefono a pochi centimetri dal viso. Adolescenti ma spesso anche più piccoli: undici anni, dodici. Gli occhi sullo schermo: i tiktok, le storie, i reel, video di pochi secondi, lunghi quanto l’interesse di chi scrolla in modo meccanico, col pollice che gira in un vortice ossessivo mentre il tempo corre vuoto e veloce. Si rischia di andare verso una dipendenza rovinosa nell’età più delicata della crescita: ore riempite di immagini e stimoli, spazi di vita sottratti alla relazione, all’attesa e anche alla noia, benedetta noia, fonte di tanta ispirazione. È quasi una forma di alienazione digitale: a sentire i numeri sulle ore trascorse sugli smartphone, un’intera generazione può perdere la strada verso il futuro. Cresce, comunica e percepisce il mondo solo con gli occhi sullo schermo, in una dimensione parallela e lontana dalla realtà. «Stiamo crescendo una generazione di bambini che si sentono più a loro agio con uno schermo che con un altro essere umano», avverte Sherry Turkle, sociologa e psicologa statunitense, impegnata da tempo sul fronte del “digital detox”. E purtroppo c’è la complicità quasi passiva di famiglie incapaci di mettere argini davanti a un fenomeno che rischia di divorare le menti dei propri figli. 

Da Bruxelles arriva il tentativo di fermare la corsa nel buio dei social usati in modo immaturo o sconsiderato. L’Unione europea mette nel mirino l’accesso dei più giovani ai social network. L’Eu Kids Act, presentato dalla Commissione europea il 17 settembre, propone una soglia uguale in tutti i paesi comunitari: niente account social sotto i 13 anni, accesso controllato sino ai 15 e autonomia solo più avanti. Non è ancora una legge: il testo è una proposta di regolamento e ha appena iniziato il suo percorso tra i palazzi europei. L’intento è alzare un muro di protezione per i ragazzini più piccoli: i genitori sarebbero chiamati a creare mini-account con funzioni ridotte per gestire la fascia tra i 13 e i 15 anni. Strumenti di controllo sempre attivi, contatti da approvare e un limite giornaliero di un’ora. Per gli under 13 resterebbe solo una possibilità circoscritta su alcune piattaforme video calibrate sui bambini, attraverso l’account dei genitori e sotto la loro supervisione.

La stretta non si sofferma solo sull’età dei piccoli consumatori digitali. Il progetto studiato a Bruxelles punta anche a colpire i meccanismi che tengono gli utenti incollati allo schermo: stop agli algoritmi che selezionano e propongono i contenuti in base alle abitudini e alle preferenze dell’utente, giro di vite anche per le notifiche, per lo scorrimento continuo e per tutte le funzioni capaci di favorire l’utilizzo senza sosta. L’Unione europea vuole arrivare alla “sicurezza fin dalla progettazione”: le piattaforme dovranno dimostrare che i loro servizi sono adeguati ai minori. L’idea dovrà però fare i conti con i mastodonti social, spesso intolleranti a regole politiche o morali.

C’è un problema di tempi. Il fascicolo europeo è solo all’inizio della procedura legislativa ordinaria e non esiste ancora una data certa per l’approvazione definitiva. I numeri del Parlamento di Strasburgo mostrano quanto questi percorsi possano essere lunghi: nella legislatura 2019-2024 la durata media complessiva di una procedura ordinaria è stata di circa 20 mesi, quando si arriva alla seconda lettura si possono superare i tre anni. Qui emerge il paradosso: una normativa studiata per proteggere preadolescenti e adolescenti rischia di entrare in vigore quando una parte dei ragazzi che oggi hanno 11, 12 o 13 anni sarà già fuori dalla fascia da tutelare. Per loro una legge approvata fra due o tre anni potrebbe arrivare troppo tardi. Chi vive ora dentro TikTok, Instagram, YouTube e le altre piattaforme non verrebbe fermato: i ragazzini europei continueranno a trascorrere non meno di quattro ore al giorno con gli occhi attaccati allo schermo, a cibarsi di contenuti rischiosi o di scarso valore. 

La sfida, quindi, non è soltanto scrivere nuove regole. È farle entrare in vigore prima che il problema cambi volto. Nel mondo digitale due anni possono essere un’era: cambiano piattaforme, algoritmi e abitudini mentre i minori crescono. Una protezione pensata oggi rischia di essere già vecchia domani.

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