Il segreto di Rio? Cercatelo nei botecos
Tra birre ghiacciate, samba e profumo di baccalà, viaggio nei bar popolari dove si nasconde l’anima della cittàPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
“Mais uma, por favor”. Un bicchiere alzato, un cenno al cameriere e un’altra birra ghiacciata arriva al tavolo. Nei botecos di Rio de Janeiro bastano due parole per allungare un pomeriggio o una serata: mais uma, ancora una. E la bottiglia arriva puntuale, sempre talmente fredda da creare una condensa tra le dita. E tutt’intorno è un’esplosione di suoni, voci, risate e profumi. Quello dei bolinho de bacalhau (polpette di baccalà fritte) o della linguiça calabresa (una particolare salsiccia condita con peperoncino calabrese, servita fritta o cotta alla brace). Fuori, la pioggia di un insospettabile inverno a Rio (a 26 gradi) avvolge la città. Dentro, tra tavolini traballanti e sedie di plastica, si consuma uno dei riti più amati dai carioca. Perché un boteco non è semplicemente un bar. È un rifugio, un pezzo di vita condivisa. Un luogo dove Rio si incontra e si racconta, senza indossare il vestito della domenica.
Al Pavão Azul, nel cuore di Copacabana, questa storia si ripete ogni giorno. Il locale, aperto nel 1957 in Rua Hilário de Gouveia, è diventato uno dei simboli della tradizione carioca. Qui il lusso non abita nei lampadari, né negli arredi né nelle tovaglie ricamate. Sta nella semplicità di un piatto preparato bene, nella birra servita quasi a zero gradi, nella familiarità di un cameriere che è cordiale anche con i “gringos”. Nelle ore di punta, la sera quindi, i tavolini non bastano quasi mai e le persone si accalcano sul marciapiede: bevono e chiacchierano. Così, succede che il turista appena tornato dalla spiaggia si ritrova accanto al pensionato del quartiere. Il Pavão Azul è diventato così popolare che dall’altra parte della strada è nato il Pavãozinho, quasi un prolungamento naturale di quel mondo fatto di piatti da condividere e bottiglie di Brahma (la celebre birra brasiliana).
Ma i botecos non appartengono soltanto a Copacabana. Sono disseminati in tutti i quartieri di Rio, ognuno con la sua storia, i propri personaggi, i propri rumori. A Leblon, tra palazzi eleganti e strade alberate, il Bracarense custodisce un’altra pagina di questa tradizione. Così come fa il Jobì, sempre a Leblon. A Lapa, quando cala la sera, la musica esce dai locali e invade i marciapiedi. Un cavaquinho, il battito delle mani. Il samba comincia quasi sottovoce, poi cresce e conquista.
È una Rio spettacolare quella che si vive nei botecos. Il rumore dei tappi che saltano, il richiamo dei camerieri, le risate che esplodono all’improvviso, le storie d’amore che nascono per caso, le sedie che strisciano sul pavimento. Poi ci sono gli odori, impossibili da dimenticare. Quello della carne sulla piastra, quello del lime spremuto per una caipirinha.
Rio non è soltanto la città del Carnevale, delle spiagge e del Cristo Redentore. È anche quella delle disuguaglianze, delle fatiche quotidiane, delle contraddizioni, delle famiglie che fanno i conti con stipendi insufficienti e un futuro incerto. Dietro una risata può nascondersi una preoccupazione, dietro un brindisi il desiderio di dimenticare una giornata difficile. Il boteco non cancella tutto questo. Offre, almeno per qualche ora, un posto dove non affrontarlo da soli.
Ecco perché quando scende la notte, i marciapiedi continuano a riempirsi. Le luci dei locali illuminano i volti, i camerieri che attraversano la folla con i vassoi in equilibrio, le bottiglie vuote si accumulano sui tavoli. Qualcuno saluta, promette di tornare presto. Qualcun altro ordina ancora da bere. “Mais uma, por favor”.
E la vita ricomincia da lì, da un bicchiere riempito fino all’orlo. Mentre il resto di Rio corre, si affanna e cambia, nei botecos sopravvive la voglia di stare insieme. Non servono panorami mozzafiato per innamorarsi di questa città (che pure ci sono, basta salire sul Pan di Zucchero). A volte bastano una sedia di plastica, un tavolino spartano e una birra ghiacciata.
