Immaginate di fare il tifo contro la vostra squadra del cuore e sperare che perda. Festeggiare in caso di sconfitta. Per la cultura sportiva italiana ed europea sarebbe un paradosso, praticamente impossibile. Nello sport americano e in Nba - senza retrocessioni - è invece la normalità. Si chiama "tanking", ovvero quando le franchigie scelgono di perdere volontariamente per avere poi più possibilità di scegliere in estate i giovani più promettenti attraverso il draft. Una pratica ben radicata, ma che in questa stagione sembra essere diventata un autentico problema. Sono praticamente definite le 20 squadre - 10 a est e 10 a ovest - che andranno a giocarsi la postseason ad aprile. Anche perché in tanti hanno alzato bandiera bianca già a febbraio, dopo la trade deadline (la fine del mercato), iniziando a perdere volontariamente. Qualcuno l’ha fatto in maniera anche più evidente di altri, scegliendo di tenere in panchina i giocatori migliori nei quarti quarti, come nel caso degli Utah Jazz che hanno lasciato a riposo Lauri Markkanen e Jaren Jackson Jr., prendendosi anche una multa dall'Nba di mezzo milione di dollari.

«Il tanking quest’anno è stato peggiore di quanto abbiamo visto recentemente», ha detto il commissioner Adam Silver, annunciando anche cambiamenti per il futuro. Per provare a combattere questo fenomeno, il campionato di basket più famoso e seguito al mondo dovrebbe rivoluzionare completamente il suo modello. Premiare le squadre peggiori di ogni stagione con la possibilità di prendere al draft successivo i giovani più forti, infatti, è uno dei cardini per avere sempre una lega competitiva e concedere pari opportunità (o quasi) a tutti di portare a casa il titolo. La dimostrazione è data dagli ultimi sette vincitori dell'anello, sempre diversi negli ultimi sette anni. Gli ultimi sono stati gli Oklahoma City Thunder, passati proprio dal tanking e dai giovani per poter poi vincere.

Complice il ricco draft di quest’anno, però, il finale di regular season sta diventando quasi inguardabile proprio a causa del tanking. Alcuni team non nascondono nemmeno l’intenzione di voler perdere. Franchigie che puntano ai vari Darryn Peterson, AJ Dybantsa e Cameron Boozer, in uscita dai college, per ricostruire e imitare magari la stessa Okc che sullo sviluppo dei giovani ci ha costruito il titolo dello scorso anno. Un altro esempio è San Antonio. Gli Spurs grazie al talento di Wembanyama, prima scelta del draft del 2023, sembrano essere pronti a tornare ai livelli dell’epoca d’oro di Duncan-Ginobili-Parker.

L’altra faccia della medaglia però è vedere un divario sempre più netto tra chi vuole vincere e chi invece no, soprattutto se le squadre tengono a riposo volontariamente le stelle, quelle per cui i tifosi pagano e guardano le partite. L’Nba è molto attenta alla questione e alla sua popolarità. E non a caso Adam Silver ha annunciato novità. Filtrano diverse possibili soluzioni. C’è addirittura chi ipotizza l’eliminazione del draft, consentendo così alle dirigenze Nba di andare a trattare direttamente con i giovani in uscita dai college o dall’Europa. Sarebbe una rivoluzione totale del sistema che andrebbe a penalizzare i team più piccoli, quelli che hanno meno appeal e che senza la possibilità di ricostruire dai giovani non avrebbero speranze di essere competitivi. Più plausibili le altre indiscrezioni, come quella di impedire di scegliere nelle prime posizioni del draft per più anni consecutivi o congelare il record alla fine degli scambi di febbraio, in modo da avere un finale di stagione regolare più competitivo. Si parla inoltre di includere alla lotteria che sceglie le posizioni del draft anche le formazioni che partecipano ai play-in, quindi dalla settima classificata in poi di ogni conference. Al momento restano solo ipotesi, ma in estate – al termine delle Finals – se ne tornerà sicuramente a parlare in maniera più concreta.

© Riproduzione riservata