Giuseppe Biasi nacque a Sassari il 23 ottobre 1885, nella casa di famiglia in via Cavour, da Giovanni Biasi e Carolina Cipriani. La famiglia paterna, di origine veronese, apparteneva a una borghesia istruita e con tradizioni artistiche e letterarie. Ebbe tre fratelli: Antonio, Attilio e Isabella. Frequentò il liceo classico “Azuni” di Sassari e, parallelamente agli studi, iniziò molto presto a disegnare caricature e vignette per fogli satirici cittadini legati agli ambienti goliardici universitari. Collaborò a “Il Burchiello” e “Il Massinelli”, periodici nei quali apparvero i suoi primi lavori pubblici.

Nei primi anni del Novecento lasciò temporaneamente la Sardegna per Roma. Il poeta sassarese Salvator Ruju lo introdusse negli ambienti giornalistici e artistici della capitale. Biasi frequentò la redazione dell’“Avanti! della domenica”, entrando in contatto con illustratori e pittori come Mario Sironi, Umberto Boccioni, Giacomo Balla e Gino Severini. In quegli anni collaborò anche con giornali e riviste nazionali, tra cui “La Patria”, “L’Italia” e “Il Giornalino della Domenica”. Nel 1907 vinse un concorso nazionale bandito proprio dal “Giornalino della Domenica”.

Pur dedicandosi con continuità alla pittura e al disegno, concluse gli studi universitari in giurisprudenza. Si laureò nel 1908 all’Università di Sassari. La scelta degli studi legali rispondeva alle aspettative familiari, ma la sua attività artistica aveva ormai assunto carattere professionale. Nel 1905 aveva già allestito una personale di caricature al teatro Politeama Verdi di Sassari.

Tra il 1906 e il 1908 compì lunghi viaggi nell’interno della Sardegna insieme all’amico Mario Mossa De Murtas. Attraversò Barbagia, Sulcis e numerosi paesi dell’isola osservando costumi, feste religiose, canti e vita quotidiana. A Teulada trovò uno dei principali nuclei iconografici della sua pittura. L’interesse per il costume tradizionale sardo non ebbe carattere esclusivamente etnografico. Biasi costruì un repertorio figurativo destinato a diventare il centro della sua opera per oltre trent’anni.

Nel 1909 iniziò la collaborazione con Grazia Deledda. Illustrò racconti e testi della scrittrice nuorese per riviste nazionali e per edizioni librarie. Lo stesso anno il suo acquerello “Processione nella Barbagia di Fonni” venne accettato alla Biennale di Venezia. Fu il primo ingresso ufficiale di Biasi nel sistema artistico nazionale. La partecipazione veneziana aprì una stagione di esposizioni regolari tra Roma, Milano e Venezia.

Nel 1913 prese parte alla Prima Secessione Romana, esperienza che lo collocò all’interno del dibattito artistico italiano del primo Novecento. Partecipò anche alla seconda edizione della Secessione nel 1914. La sua pittura univa temi popolari sardi a soluzioni decorative influenzate dal simbolismo, dalla grafica mitteleuropea e dal divisionismo. In quegli anni lavorò anche come incisore e illustratore. Collaborò con la rivista “L’Eroica” di Ettore Cozzani, pubblicazione centrale per il rilancio della xilografia italiana.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu chiamato alle armi. Prestò servizio come volontario, ma venne quasi subito ferito a una gamba. Ricoverato a Treviglio, riportò conseguenze permanenti che lo lasciarono claudicante per il resto della vita. Dopo la guerra si trasferì a Milano. Frequentò gli ambienti artistici cittadini e stabilì rapporti con pittori e intellettuali lombardi. Espose con Aroldo Bonzagni alla Galleria Pesaro nel 1919.

Nel 1920 ottenne alla Biennale di Venezia il premio dell’Opera Nazionale Combattenti. In quel periodo la sua notorietà raggiunse il punto più alto. Le sue immagini della Sardegna circolavano in riviste illustrate, mostre e pubblicazioni editoriali. Il suo nome veniva ormai associato alla rappresentazione moderna dell’isola.

L’avvento del fascismo modificò progressivamente la sua posizione nel panorama artistico italiano. Biasi mantenne rapporti difficili con le strutture ufficiali del regime. Secondo diverse fonti, la sua distanza dagli ambienti fascisti contribuì all’esclusione dalla Biennale veneziana del 1922. Negli stessi anni affrontò problemi economici e professionali. Nel 1923 lavorò agli apparati decorativi dell’Hotel Villa Serbelloni di Bellagio.

Nel 1924 lasciò l’Italia per il Nord Africa. Soggiornò in Tripolitania, Cirenaica ed Egitto fino al 1927. Ad Alessandria d’Egitto tenne una personale alla galleria Paul; al Cairo espose insieme allo scultore Mahmoud Mukhtar e al pittore Mohammed Naghi Said. Durante il periodo africano studiò arti decorative, maschere rituali e modelli figurativi extraeuropei. I dipinti e i disegni di questi anni mostrano una semplificazione delle forme e una tavolozza più asciutta.

Rientrato in Italia nel 1927, tornò in Sardegna. Nel 1928 partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia con due grandi nudi decorativi. Alla fine dello stesso anno prese parte alla Prima Biennale d’Arte Sarda di Sassari. In questi anni promosse la costituzione di una “Famiglia artistica sarda”, organismo autonomo rispetto alle strutture culturali controllate dal regime. L’iniziativa si scontrò con il Sindacato fascista di Belle Arti guidato dal pittore Filippo Figari, suo antico compagno degli anni giovanili sassaresi.

Gli anni Trenta furono caratterizzati da una produzione intensa ma da un progressivo isolamento. Partecipò alla Biennale di Venezia del 1930 e alla Prima Quadriennale romana del 1931. Nello stesso anno ebbe una sala personale alla Mostra d’Arte Coloniale di Roma. Lavorò a cicli decorativi per edifici pubblici e privati: Villa Argentina a Viareggio, la stazione ferroviaria di Tempio Pausania, il Palazzo di Giustizia di Sassari, dove realizzò un grande mosaico per lo scalone monumentale. Lavorò anche alla decorazione della chiesa di Fertilia, rimasta incompiuta.

Nel 1935 pubblicò opuscoli polemici contro il sistema espositivo ufficiale italiano. Criticava la gestione centralizzata delle mostre nazionali e il controllo esercitato dagli organismi culturali fascisti. Continuò tuttavia a esporre. Tra il 1936 e il 1938 tenne mostre a Cagliari, Milano e Biella. Le personali milanesi alla Galleria Dedalo e alla Galleria Pesaro contribuirono a rilanciarne temporaneamente il nome in ambito nazionale.

Negli ultimi anni la situazione economica rimase instabile. Per ottenere incarichi decorativi e nuove committenze si trasferì nel 1942 a Biella. Lavorò tra Biella e Andorno Micca. Secondo testimonianze dell’epoca, il clima locale nei suoi confronti era ambivalente: da un lato ottenne riconoscimenti professionali, dall’altro suscitò rivalità e diffidenze.

Tra aprile e maggio del 1945, con il crollo della Repubblica Sociale Italiana e l’arrivo delle formazioni partigiane nel Biellese, numerosi cittadini furono fermati con l’accusa di collaborazionismo. Biasi venne denunciato anonimamente. Secondo le ricostruzioni più accreditate, le accuse riguardavano presunti rapporti con ufficiali tedeschi e ambienti repubblichini locali. Non emergono prove documentali di una sua partecipazione politica attiva. Diverse fonti successive parlarono piuttosto di rivalità personali e tensioni nate nel contesto professionale biellese.

Il 13 maggio 1945 venne arrestato da un gruppo partigiano e condotto nel carcere improvvisato allestito presso l’ex asilo di Andorno Micca. Alcune testimonianze riferiscono che durante la detenzione fu interrogato più volte. Non risultano processi formali né atti istruttori completi. In quei giorni le strutture amministrative dello Stato erano ancora in fase di ricostruzione e molte detenzioni avvenivano sotto controllo diretto delle formazioni partigiane locali.

Il 20 maggio 1945 Biasi morì in ospedale a Biella. La versione più diffusa sostiene che fosse stato colpito alla testa con il calcio di un fucile durante la detenzione o immediatamente dopo un interrogatorio. Secondo altre ricostruzioni venne invece percosso da più persone all’interno della struttura di custodia. Il certificato medico parlò di trauma cranico. Non esistono però verbali completi che chiariscano in modo definitivo la dinamica dell’aggressione.

Negli anni successivi la vicenda rimase sostanzialmente irrisolta sul piano giudiziario. La morte di Biasi entrò nel più ampio quadro delle violenze del dopoguerra avvenute tra il 1945 e il 1946 in diverse zone dell’Italia settentrionale. 

La famiglia cercò per anni chiarimenti ufficiali. Il fratello Antonio Biasi e altri parenti conservarono corrispondenze e testimonianze relative agli ultimi giorni del pittore. Alcuni studiosi hanno osservato che la posizione isolata di Biasi nel Biellese, unita alla sua notorietà pubblica e ai rapporti professionali con autorità locali durante il fascismo, lo rese particolarmente esposto nel clima del maggio 1945. Nessuna commissione d’inchiesta produsse però una ricostruzione definitiva.

Dopo la morte, la sua opera fu progressivamente rivalutata. Nel 1947 Sassari gli dedicò una grande mostra commemorativa organizzata dall’Associazione della Stampa e dall’Associazione degli Artisti. Nel 1956 il Fondo Biasi venne acquistato dalla Regione Sardegna. Una parte consistente della produzione fu conservata nei depositi della Soprintendenza di Sassari prima delle esposizioni degli anni Ottanta e della successiva sistemazione nel Museo del Novecento e del Contemporaneo di Sassari, inaugurato nel 2008 nell’ex convento del Carmelo.

La produzione di Giuseppe Biasi comprende dipinti a olio, acquerelli, incisioni, illustrazioni, bozzetti decorativi e mosaici. Il nucleo principale della sua ricerca rimase la rappresentazione della Sardegna rurale: processioni religiose, feste popolari, danze, maternità, scene domestiche, figure femminili in costume tradizionale. Parallelamente sviluppò un’attività grafica continua, collaborando con quotidiani, riviste e case editrici. Le sue immagini contribuirono in modo decisivo alla diffusione di un immaginario visivo della Sardegna nel primo Novecento italiano.

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