Carta canta: in mostra a Dorgali le “Radici” di Angelo Mereu
Gli scatti saranno esposti sino al 19 gennaio a Casa MacciottaAngelo Mereu: Bitti, aprile 2014
Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
L’idea è brillante, e anche qualcosa di meglio. Mentre da anni si parla della smaterializzazione della fotografia, del suo sublimarsi in una entità digitale e quindi incorporea – e parallelamente si parla tantissimo anche dello smaterializzarsi professionale del suo artefice, per cui avendo tutti in tasca uno smartphone capace di catturare immagini saremmo tutti diventati fotografi, come se il diffondersi delle penne biro avesse decretato la scomparsa degli scrittori - Angelo Mereu è andato in direzione opposta e preziosa.
E qui, per quanto diano il titolo alla mostra, non ci sarebbe da tirare in ballo tanto le sue radici sarde, visto che sulla caparbietà isolana si è sempre fatta molta retorica a buon mercato, ma più che altro il suo gusto insindacabile da orafo di classe. Così è stata una scelta squisitamente artigiana quella di partire proprio dalla dimensione materiale della fotografia, dalla concretezza del supporto per esplorarne gli effetti. Lo spiega lui stesso nel breve testo che introduce il bel catalogo di “Radici – Fotografie di Angelo Mereu”, la mostra allestita per iniziativa del Comune di Dorgali a Casa Macciotta da Eikon, visitabile fino al 19 di questo mese: “Negli anni ho cercato di raccontare la vita di quest’isola attraverso istantanee che catturassero la peculiarità dei suoi paesaggi e la straordinaria profondità delle persone. Tuttavia, con il tempo, la semplice stampa su supporti cartacei tradizionali ha iniziato a sembrarmi insufficiente ed inadeguata. Questo mi ha portato a sperimentare e a ricercare per anni particolari tipologie di carte artigianali ed orientali: composizioni in cellulosa mista con lino e cotone, carta di stracci, carta Washi giapponese e altre riciclate con inserzioni di sfoglie di legno o frammenti di carbone”.
(E siccome, rispetto alle produzioni industriali, quelle più consapevolmente artigiane sanno rivendicare anche le imperfezioni come tratto distintivo, vale la pena di sottolineare che in effetti qui nel testo stampato un refuso, omettendo la “c” iniziale, ha corretto carte in arte)
Dopo di che, ovviamente, un’immagine stereotipata anche se stampata su cachemire resterebbe banale, perciò non è solo la scelta creativa del supporto a far apprezzare la carrellata di 85 inquadrature di Sardegna proposta da “Radici” a Dorgali, il centro dal quale Mereu partì 60 anni fa per radicarsi a Milano. È innanzitutto l’immagine a funzionare e a significare, come sempre quando dietro il mirino della macchina fotografica c’è un occhio informato e intelligente, capace di farsi ora solenne e ora divertito, e catturare un primo piano assorto o andare in picchiata dall’alto come un drone, o forse come un curioso che si affaccia da un balcone, sulla partita a carte di tre signore in nero con bambino in un angolo quieto della Cala Gonone del 1981.
Le date delle fotografie, a proposito: sono importanti, ma fino a un certo punto. In mostra non c’è un documentario su come si sono trasformati i volti o gli usi o i paesaggi, ma una processione di suggestioni e ricordi come quella che sfila fra i vicoli della memoria di ciascuno di noi. E quella matericità della carta - che con la sua rugosità dialoga con quella di ogni vecchio volto ritratto negli scatti, o col il suo nitore da stampa giapponese fa squillare i rari colori e ammorbidisce le ombre (“Fa ricordare i ricalchi delle incisioni dei templi buddisti ottenuti con fogli di carta di riso”, scrive Riccardo Campanelli nella sua introduzione rapida e accurata) - quella concretezza suggerisce e rielabora la definizione o la contaminazione di cui carichiamo ogni memoria, ogni impressione man mano che ce li portiamo appresso.