Un assedio non voluto: l’analisi del 5 marzo 2026
Di Claudio CerasaA est c’è Putin. A sud c’è l'Iran. A ovest c’è Trump. Se non un assedio, poco ci manca. L’Europa, da ormai quattro anni a questa parte, si trova al centro di una guerra che non ha voluto (quella in Ucraina), di un assedio commerciale che non ha voluto (quello di Trump), di una tensione che non ha alimentato (quella in Iran) e comunque si cerchi di guardare la cartina geografica nella stagione dei conflitti regionali che hanno sempre risvolti globali, non c’è una singola guerra, economica o militare, che non chiami in causa il nostro Continente. E ogni volta che una guerra si presenta di fronte ai nostri occhi – da Cagliari, Teheran dista circa 3.300 km, Kiev circa 2.100, un nulla – la domanda che molti osservatori si pongono è semplice: che fa l’Europa?
L’Europa, di fronte alle crisi e di fronte alle guerre, si muove spesso come un diesel: molto lenta all’inizio, più solida nella seconda fase, decisa nella terza fase. Con l’Ucraina, l’Europa, quattro anni dopo, è entrata con decisione nella terza fase: sanzioni contro la Russia, aiuti militari (armi, addestramento, munizioni), sostegno finanziario miliardario.
E poi accoglienza ai profughi, apertura del percorso di adesione all’Ue, difesa comune rafforzata, politiche per ridurre la dipendenza energetica da Mosca.
Di fronte all’Iran, di fronte alle guerre in Medio Oriente, l’Europa, intesa come Unione europea, non ha ancora trovato una chiave per provare a contare qualcosa, per provare a reagire. Nel corso del conflitto a Gaza, i Paesi europei, come si dice, non hanno toccato palla. Nel corso del conflitto in Iran, invece, hanno agito più con timidezza che con prudenza. E l’irrilevanza, se vogliamo, è emersa in modo plastico durante il fine settimana, quando è risultato chiaro che la stragrande maggioranza dei Paesi europei non era stata informata dell’attacco in Iran, come dimostrato plasticamente dalla presenza del ministro della Difesa di un Paese chiave dell’Ue, l’Italia, a Dubai, in vacanza, nel giorno dell’attacco all’Iran.
Ma qualcosa potrebbe cambiare. Per esempio se l’Italia, come pare, aiuterà i Paesi del Golfo inviando i Samp-T, i sistemi di difesa anti-drone. Per esempio, come ha ribadito il primo ministro britannico Keir Starmer, se Paesi come il Regno Unito consentiranno agli Stati Uniti di condurre attacchi difensivi contro siti missilistici iraniani dalle basi della RAF inglese. Per esempio se la Francia e la Germania daranno seguito a una dichiarazione firmata lunedì scorso proprio con il Regno Unito: “Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”. E martedì la Francia ha scelto di inviare la portaerei Charles de Gaulle nel Mar Mediterraneo, per dare sostegno all'alleanza anti-ayatollah.
Il tema però che vive sotto traccia è capire cosa stia facendo l’Europa per provare a difendere se stessa dalle minacce presenti nel mondo che la riguardano. E su questo fronte tre temi si possono isolare. Il primo punto riguarda la scelta dell’Unione europea di sviluppare una strategia comune su droni e sistemi condivisi per sicurezza, difesa e industria, attraverso un piano d’azione su droni e contro-droni per sostenere la produzione europea di tecnologie integrate e per rafforzare la difesa collettiva contro minacce aeree non convenzionali. Il secondo punto riguarda la scelta fatta da un paese importante, come la Germania, che negli ultimi mesi ha aumentato in modo deciso le spese militari.
Il terzo passaggio lo ha fatto la Francia di Emmanuel Macron, lunedì scorso, quando ha annunciato un cambiamento importante nella politica nucleare francese, dando il via all'ampliamento del proprio arsenale di testate nucleari e introducendo una nuova dottrina di “deterrenza nucleare avanzata”, con possibilità di cooperazione strategica con vari Paesi europei e temporaneo dispiegamento di aerei con capacità nucleare nel resto d'Europa, in accordo con gli alleati. L’Iran ricorda all'Europa che per diventare grandi occorre entrare nell’età adulta. I passi sono stati fatti. Ma oggi il vero pacifismo che serve all’Ue non è quello del non fare nulla, ma quello di capire quali sono le proprie vulnerabilità e affrontarle anche a costo di dover fare i conti con i campioni della demagogia. Meglio avere un troll in più che una difesa in meno.
Claudio Cerasa