Alle origini del conflitto: l’analisi del 4 marzo 2026
Di Luca Lecis«Nessuna soluzione soddisfacente è possibile senza la scomparsa della dinastia Pahlavi, che si tratti dello scià attuale o dei suoi discendenti. Nessuna condizione è negoziabile e nessun ritardo è accettabile se questo ha per risultato di assicurare la sopravvivenza del regime e il mantenimento della dinastia. Ogni progetto che passa per il mantenimento del regime non può essere accettato né da noi, né dal popolo».
Così, nel novembre del 1978, si esprimeva l’ayatollah Ruhollah Khomeini dall’imposto esilio francese nella periferia di Parigi. Era giunto un mese prima dopo l’espulsione dall’Iraq decisa da Saddam Hussein, che aveva ceduto alle pressioni dello Scià ponendo così fine al più che decennale esilio del religioso sciita. Khomeini, il più energico e tenace oppositore dei Pahlavi, aveva consolidato la sua leadership come figura centrale del movimento contro il regime divenendo il naturale punto di riferimento per l’opposizione e trasformando la residenza francese nel quartier generale operativo della rivoluzione iraniana, che deflagrerà due mesi più tardi.
E culminando con la fuga di Reza Pahlavi e il trionfale ritorno in patria dopo quindici anni di esilio di Khomeini. Nonostante siano trascorsi 47 anni da quest’episodio, esso rimane un momento nodale per la comprensione dei rapporti tra la Repubblica islamica iraniana e l’Occidente, mutati radicalmente col cambio di regime, che da subito scatenò le inquietudini delle cancellerie occidentali per le possibili, nefaste ricadute sui rifornimenti di petrolio. È la fase iniziale di un articolato processo che si trasformerà in un’ostilità strutturale tra l’Iran sciita e gli Stati Uniti, portando a una conflittualità permanente i cui risultati oggi sono davanti a tutti noi. Spesso, per rappresentare la Storia come uno sviluppo organico, caratterizzato da continuità, trasformazione e stratificazione temporale, si usa la metafora della quercia; essa implica l’idea di sviluppo nel tempo, la continuità tra origine e maturità, la compresenza di stabilità e cambiamento e la necessità di leggere il presente alla luce del passato. È un modello organico della Storia che si oppone a una concezione episodica: come la quercia non è un insieme di pezzi assemblati, ma organismo che cresce e si trasforma conservando in sé tracce delle fasi precedenti, così la Storia deve esser concepita come un processo dinamico, in cui ogni momento è insieme risultato del passato e condizione di possibilità per il futuro.
La Storia non esplode, cresce, come una quercia. Dunque, per comprendere origini e cause del durissimo scontro tra Stati Uniti e Iran dobbiamo pensare questa rivalità come un albero cresciuto gradualmente, come la quercia si forma a partire da una ghianda. Tuttavia, il germoglio non è rappresentato dall’assalto all’ambasciata statunitense a Teheran (novembre 1979), come spesso si afferma, ma dal colpo di stato del 1953 organizzato da Washington per rovesciare il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio. Come già avvenuto nell’agosto del 1907 con l’accordo anglo-russo, così per la seconda volta le potenze occidentali destabilizzavano il quadro interno infliggendo una ferita alla sovranità nazionale, resa ancor più dolorosa dal ritorno in patria dello Scià, Mohammad Reza Pahlavi, divenuto l’alleato strategico di Washington e il bastione filoccidentale nel Golfo Persico. Tuttavia, sotto la superficie di Paese moderno covava un malcontento popolare causato dall’autoritarismo del sovrano, dalle crescenti disuguaglianze e dalla feroce repressione del regime, acuitasi nel corso degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, fatalmente segnati dall’interferenza straniera per il controllo delle risorse naturali.
Nei primi anni Ottanta gli attacchi di Hezbollah, organizzazione sciita finanziata da Teheran, contro obiettivi militari statunitensi in Libano provocano pesantissime perdite avviando una guerra indiretta tra l’Iran khomeinista e il Grande Satana, come il linguaggio rivoluzionario definisce il governo di Washington, che dura tuttora. Come ci ricorda la metafora della quercia, dunque, non ci si illuda che tagliando i rami si possa modificare il destino dell’albero. Per trasformarlo davvero bisognerebbe intervenire radicalmente sulle radici profonde, che continuano a espandersi anche in tempi di guerra.
Luca Lecis
Università di Cagliari