Secondo quasi tutte le previsioni, le elezioni di oggi rappresentano per Trump il rischio concreto di svolgere la seconda parte del suo mandato con un Congresso ostile e una netta riduzione della capacità di governo, soprattutto sulla politica economica. I democratici, che nei comizi elettorali hanno potuto contare anche sulla presenza frequente di Barack Obama, tuttora leader popolare, sono convinti di conquistare la Camera dei rappresentanti. Sperano di strappare ai repubblicani anche il Senato, dove l’attuale maggioranza è di 53 a 47.

Nonostante Trump si sia impegnato in quest’ultima fase della campagna elettorale, la sua approvazione resta ai minimi termini, poco sopra il 30% nelle ultime rilevazioni. Il suo problema principale è che il tema del potere d’acquisto è tra le priorità degli elettori. Dopo aver impostato la sua campagna presidenziale sull’immigrazione e sull’inflazione, Trump ha perso fiducia sull’economia, visti i rincari della benzina e dei beni di consumo, anche per effetto della guerra in Iran.

Proprio l’Iran è divenuto il tema più controverso per la Casa Bianca nel 2026. Galvanizzato dalla rimozione di Maduro in Venezuela e spinto da Netanyahu, a fine febbraio Trump pensava di ottenere risultati rapidi contro il regime di Teheran, mentre otto mesi dopo la situazione resta impantanata, tra sanzioni, blocchi e negoziati che si interrompono e poi ripartono.

Negoziati che peraltro non si sono mai rivelati decisivi. La stragrande maggioranza degli americani è contro la guerra, mentre Trump ha confermato in questi mesi la vicinanza agli obiettivi di Netanyahu, offrendogli anche un forte sostegno per le recenti elezioni in Israele.

Si tratta di una frattura profonda, proprio all’interno della variegata coalizione che ha sostenuto Trump nel 2024. Basti pensare che uno degli imprenditori e investitori più influenti della tecnologia statunitense, Peter Thiel, che è anche il mentore del vicepresidente J.D. Vance, ha fatto trapelare il suo netto scetticismo sulla guerra.

Steve Bannon, stratega della prima affermazione di Trump e personaggio tuttora influente nel mondo MAGA, considera l’Iran un punto lacerante per il patto tra Trump e la sua base. La contrarietà alla guerra di due figure così diverse mostra quanto il tema sia problematico.

Anche per questo, una sonora sconfitta aprirebbe vari fronti di crisi per i prossimi mesi. I democratici al Congresso promuoverebbero quasi certamente una serie di inchieste sugli investimenti effettuati dal governo, per esempio in aziende tecnologiche e minerarie, e sul ruolo svolto dai familiari di Trump e dell’inviato diplomatico Steve Witkoff. A ciò si affiancherebbero iniziative contro alcuni finanziatori di Trump, tra cui Elon Musk, e sui rapporti economici con vari governi stranieri. Ci sarebbe inoltre una nuova attenzione politica sull’intelligenza artificiale, rispetto all’approccio adottato da Trump di allineamento agli interessi delle aziende.

Inoltre, il dibattito politico repubblicano sarebbe molto più animato rispetto al recente passato. Aumenterebbero le tensioni per il dopo Trump, con lo scontro tra J.D. Vance e Marco Rubio, che indebolirebbe l’azione dell’amministrazione, col probabile tentativo di cercare un terzo nome meno identificabile col potere di Trump.

Nel pesare tutti i fattori in campo, non bisogna comunque sottovalutare un punto: l’economia degli Stati Uniti, oltre al chiaroscuro sui prezzi, ha continuato a mostrare importanti segnali di forza. La stima di crescita del PIL del terzo trimestre è solida. Si registra una tenuta dei consumi. Continuano gli investimenti legati all’intelligenza artificiale e ai beni strumentali. La Borsa degli Stati Uniti, nonostante le oscillazioni, ha realizzato e in buona parte mantenuto importanti guadagni, se paragonata alle altre borse mondiali.

Proprio il dinamismo dell’economia statunitense, insieme al modo con cui i seggi sono disegnati, è la speranza su cui potrebbe contare Trump per una sorpresa positiva, per confermare come in altri casi la distanza tra i pronostici sulla sua fine e la sua sopravvivenza politica nei fatti. In caso contrario, i giochi del dopo Trump si aprirebbero quasi subito, e i democratici si ritroverebbero in una posizione favorevole, non tanto per le loro capacità ma per i demeriti dell’avversario.

Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes

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