L’intelligenza artificiale suscita, in linea generale, tre tipi di paure.

La prima è la paura della disumanizzazione: che il ricorso a una macchina capace di organizzare pensieri svilisca, o comunque riduca, quella che fino a ieri era una capacità prettamente umana. Rientrano in questa categoria gli allarmi sul linguaggio, che non sarebbe più nostra esclusiva, e sulla scrittura, che rischierebbe di diventare un’attività delegata ai computer.

La seconda riguarda il lavoro. Sono timori simili a quelli suscitati in passato da altre tecnologie, nate anch’esse per sostituire lavoro umano. All’alba della rivoluzione industriale i macchinari presero il posto di mansioni faticosissime, e così avviene tuttora per attività che logorano il corpo e accorciano la vita. La routine di un operaio del 2026 non è paragonabile con quella di un operaio del 1956, men che meno del 1906 o del 1856. Nel 1951 lavorava in agricoltura quasi un italiano su due; oggi meno di uno su venti. Le macchine risparmiano fatica agli esseri umani e anche agli animali: il treno a vapore tolse lavoro ai cavalli.

La terza paura riguarda gli investimenti. In qualche modo questa paura contraddice la seconda: se l’intelligenza artificiale non sostituirà abbastanza lavoro, non ripagherà i capitali enormi impiegati in data center e potenza di calcolo. Un investimento è tale solo se genera un ritorno.

Gli incrementi di produttività basteranno a remunerare un flusso di denaro così imponente? La domanda non è se l’AI funzioni, ma se il conto economico regga.

Anthropic, la società di Claude, ha depositato il prospetto per la quotazione al Nasdaq e punterebbe a raccogliere fino a 100 miliardi di dollari: più dei circa 75 miliardi raccolti da SpaceX a giugno e più del triplo dei 29,4 miliardi dell’IPO di Saudi Aramco. Sarà un test.

Da mesi sui mercati serpeggia il timore che la scommessa non si ripaghi. L’indice dei semiconduttori di Filadelfia ha perso terreno dal picco di giugno; Nvidia e Oracle sono scese dai massimi di inizio mese; si ritiene che l’80 per cento delle neocloud, le società che affittano potenza di calcolo, potrebbe fallire o essere ceduto entro il 2032. Sono cifre e previsioni da prendere come tali: alcune sono stime di analisti, altre indiscrezioni di mercato.

Questi segnali non bastano a raffreddare l’entusiasmo per una tecnologia che a chi la usa sembra spesso quasi “magica”. Che l’AI sia utile, e che i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) siano una realizzazione straordinaria, è fuori discussione. Resta da capire quali saranno, su larga scala, gli effetti sulla produzione.

Gli ambiti in cui il suo potenziale è più evidente sono l’informazione e l’istruzione superiore, proprio quelli che oppongono maggiore resistenza.

Gli incrementi di produttività basteranno a remunerare gli investimenti? Il rischio è una bolla come quella delle dot-com.

L’eredità di quegli anni è stata importantissima: la fibra ottica posata allora ha sostenuto per due decenni la crescita di internet. Nel breve periodo però molti investimenti andarono a carte quarantotto: fra il 2000 e il 2002 evaporarono circa 5.000 miliardi di dollari di valore di mercato.

Non sarebbe la prima volta: resta un’infrastruttura utile nel lungo periodo, ma gli investitori vengono massacrati nel breve.

Oggi le somme sono di un altro ordine. Solo Amazon, Meta, Google e Microsoft prevedono di spendere almeno 740 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale nel 2026; si parla, nel complesso, di 7.500 miliardi fra il 2025 e il 2030, e di oltre 10.000 entro il 2032.

Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”

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