I conti in rosso dell’Italia hanno radici lontane. Il boom economico non finì all’improvviso, ma il 1973, con la crisi petrolifera, segnò la conclusione di una stagione di crescita eccezionale. Il debito, però, aveva cominciato a salire già dalla metà degli anni Sessanta: tra il 1970 e il 1973 passò dal 37 al 50 per cento del Pil, mentre la spesa pubblica aumentava senza un parallelo incremento delle entrate. La politica decise di affrontare una crescita più debole ricorrendo a disavanzi persistenti e al debito per sostenere la spesa, senza riuscire a ristabilire un equilibrio.

Negli anni Ottanta il fenomeno si aggravò, perché ai deficit si sommarono interessi sempre più pesanti. Da allora nessun governo è riuscito a spezzare in modo duraturo il legame fra debito e crescita debole. Quando lo Stato cercò risorse e maggiore efficienza, arrivò la stagione delle privatizzazioni con Guido Carli, Giuliano Amato e Piero Barucci. La promessa era ridurre il peso pubblico e creare concorrenza; non sempre, però, alla vendita seguì un mercato davvero competitivo. In alcuni settori il monopolio pubblico lasciò spazio a posizioni dominanti private.

Anche i servizi essenziali furono affidati al mercato: l’elettricità con il decreto Bersani, il gas con quello Letta. Infine il Titolo V, riformato dal centrosinistra con D’Alema e Amato, ridisegnò i rapporti fra Stato e Regioni. Non tutte queste scelte erano irragionevoli nelle intenzioni. Ma il tempo ha misurato la distanza fra le promesse e i risultati: dal 1995 al 2024 la produttività italiana è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento l’anno.

Bepi Anziani

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