Onde di quasi 8 metri. Spruzzi che, dopo essersi infranti contro le falesie, superano i 20 metri di altezza. Tratti di costa invasi dall’acqua per chilometri. Un indice di “forza sismica” della tempesta pari a 0,31 m²/s, oltre quattro volte la media di altri cicloni mediterranei.

È la “fotografia” della Sardegna colpita dal Ciclone Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio 2026 ha sferzato, oltre all’Isola, anche Sicilia e Calabria. A scattarla, lo studio “Unprecedented storm impact in the Mediterranean revealed by models and seismic noise during Cyclone Harry”, pubblicato su Communications Earth & Environment, rivista del gruppo Nature.

La ricerca, coordinata da Giovanni Scicchitano (Università di Bari Aldo Moro) e Andrea Cannata (Università di Catania), è stata realizzata con il contributo di studiosi di Ingv, Cnr, Università di Palermo e di Malta, Ispra, Colorado State University e Royal Observatory of Belgium, e contiene dati eloquenti sugli effetti «senza precedenti» del ciclone nell’Isola. Come le onde: davanti a Cagliari la boa ha registrato un’altezza d’onda significativa massima di 7,8 metri. Il record assoluto è stato registrato però nel Canale di Sicilia, dove Harry ha generato la più alta onda singola mai documentata nel Mediterraneo: 16,6 metri, che ha superato il precedente primato di 14,2 metri, registrato in Spagna durante la tempesta Gloria del 2020.

Tornando alla Sardegna, in quei giorni sulle falesie di Teulada-Zafferano, alte tra i 30 e gli 80 metri, gli spruzzi hanno superato i 20 metri di altezza. Nel complesso, però, i valori del moto ondoso in Sardegna sono risultati più contenuti rispetto a quelli dello Ionio e della Calabria. Eppure, secondo le simulazioni dei ricercatori, la Sardegna ha il dato più alto di superfici allagate tra tutte le aree analizzate (Sardegna, Sicilia sud-orientale, Calabria orientale e Malta): 10,22 chilometri quadrati. Il motivo, viene rimarcato, risiederebbe nella vulnerabilità delle barriere costiere basse.

Al Poetto, ad esempio, il modello ricostruito indica che dopo circa due ore le onde hanno iniziato a scavalcare i punti più bassi della berma (ovvero il “cordone” di sabbia accumulato dal mare che fa da argine naturale alla spiaggia) alta tra 2,5 e 3,2 metri. E che dopo circa cinque ore l’allagamento era continuo e lungo 2,5 chilometri, con circa 0,8 metri d’acqua sul lungomare e fino a 150 metri di penetrazione nell’area urbana. Ancora, le superfici allagate nel sistema del Poetto sono state pari a 4,92 chilometri quadrati.

A Colostrai, secondo le simulazioni, è invece finito sott’acqua il 61% dell’area analizzata, la percentuale più alta di tutti i siti considerati dallo studio.

Nella giornata del 19 gennaio, poi, si sono verificati picchi di pioggia di 30 mm/h. Secondo le simulazioni, i livelli dell’acqua hanno raggiunto i 2 metri a Colostrai e Teulada e fino a 3 metri nell’area retrodunale.

Infine, l’indice di “forza sismica” della tempesta. Non si tratta di un terremoto: i ricercatori hanno usato i sismometri come sensori del mare, perché le onde alte producono un rumore sismico di fondo, il microsisma. E il valore di mediana calcolato durante Harry dalle stazioni sismiche del Mediterraneo è stato di 0,31 m²/s, dato che supera di oltre quattro volte la media degli altri cicloni confrontati.

Dopo aver presentato i numeri, che combinano dati satellitari, osservazioni di boe e mareografi, rilievi topografici e batimetrici, sopralluoghi e simulazioni ad alta risoluzione, gli autori traggono alcune conclusioni, utili anche per rafforzare la prevezione.

Sul fronte climatico, viene sottolineato come i cicloni come Harry siano oggi fino al 15% più “ventosi” rispetto al passato, mentre il Mediterraneo si scalda circa il 20% più in fretta del Pianeta. Per gli autori, questo favorisce cicloni più frequenti e potenti, capaci di colpire duramente anche le coste.

Per questo, sostiene lo studio, sul fronte della prevenzione definire “zone di pericolo generiche” non basta più: i fattori geomorfologici locali sono ancora poco esplorati nelle valutazioni di rischio. Serve dunque una nuova mappatura della vulnerabilità che consideri anche canyon sottomarini, paleocanali, valli incise e tessuto urbano. Questo perché «la pianificazione costiera del futuro deve superare il concetto di zone di pericolo generiche, tenendo conto della complessità geomorfologica locale, che determina dove, come e con quale intensità gli eventi marini estremi colpiranno le comunità costiere del Mediterraneo in un clima in evoluzione».

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