Le scarpe della festa: il post del lunedì
di Bepi AnzianiLe scarpe che Giorgia Meloni ha indossato per la cerimonia del 25 aprile diventano un caso nazionale. Siamo a un punto di non ritorno. Non per un paio di sneaker, ma per quel che quelle scarpe sono diventate: un pretesto. Il pretesto per trasformare tutto in uno scontro, per leggere ogni gesto in chiave ideologica, per attribuire intenzioni che spesso esistono solo nella testa di chi vuole trovarle. La festa della Liberazione dovrebbe essere un momento di memoria condivisa, di rispetto, di riflessione. Invece diventa terreno di battaglia permanente, dove anche una scarpa può essere elevata a simbolo politico, a provocazione, a insulto. Sui social si è letto di tutto: insulto agli eroi della Resistenza, sfregio deliberato, prova di anima fascista. Certo, forse anche Coco Chanel si sarebbe sorpresa. Ma in questi anni in cui ognuno si veste come vuole, inseguendo il marchio più che il senso, tutta questa indignazione lascia il tempo che trova. Ma è figlia del clima che viviamo, dove tutto viene strumentalizzato e tutto diventa occasione per sfogare odio. Si può discutere di stile, di opportunità, di buon gusto. Ma qui non siamo più nell’eleganza o nel galateo istituzionale. Siamo oltre. Siamo dentro una spirale in cui l’odio precede i fatti, li plasma e li distorce. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Non siamo più capaci di distinguere ciò che conta da ciò che è irrilevante perché se la discussione pubblica si riduce a un paio di scarpe, il problema non è chi le indossa. Il problema siamo noi.