L’AI e chi deve preoccuparsi: l’intervento del 24 febbraio
Di Alberto MingardiI bambini devono imparare a scrivere programmi per computer? Per anni è stato il ritornello dei critici della vecchia, obsoleta scuola italiana. Fino a quando non abbiamo appreso che l’intelligenza artificiale sa farlo meglio degli esseri umani. L’AI si misura con diversi tipi di testo, inclusi i software. Se ChatGPT e affini sanno scrivere un sonetto alla maniera di Shakespeare, riescono anche a cimentarsi con imprese più sofisticate: per esempio, creare un programma che serva a un certo scopo.
Vuol dire che persino le occupazioni più ricercate e appetibili, appena una manciata di anni fa, non lo sono più? L’AI funziona con un modello probabilistico. Ha “letto” più di chiunque di noi. Ne deduce che certe sequenze di testo tendono ad andare assieme: si aspetta che dopo una certa parola (acqua) ne seguano altre più probabili (frizzante, potabile…). Lo facciamo anche noi, basandoci sulle nostre esperienze, letture, osservazioni. L’IA, in un racconto di Borges, sarebbe il bibliotecario che ha letto tutti i libri del mondo.
È comprensibile che tante persone siano preoccupate, oggi, per il loro futuro professionale. Tutto il nostro sistema educativo mira a formare persone adatte a professioni intellettuali “medie”: l'impiegato, la segreteria, il docente. Non è il grande scrittore che deve intimorirsi, ma il copywriter dell'agenzia pubblicitaria.
Sono mestieri che l’AI potrebbe fare, forse, meglio di noi. Se non oggi, in capo a ventiquattro mesi, grazie ai contenuti che ogni giorno milioni di utenti producono e condividono in rete, consentendole di associare con un grado di probabilità maggiore una combinazione di testo a un’altra.
Che fare, allora? Per le nuove generazioni in cerca di un posto nel mondo, probabilmente ha senso ragionare al contrario dei loro genitori. Forse l’AI soppianterà l’ecografista, l’avvocato, il docente di lingue. Nessuno potrà portare via il lavoro alla cameriera dell’albergo, al cuoco o al sarto. I computer possono replicare le parole ma non ancora la manualità: correggono benissimo un articolo come questo ma non sistemano le coperte in un letto d’albergo.
Per chi è già impegnato a fare mestieri sotto assedio dell’AI, la strategia è imparare a usarla, non rifiutarla. E imparare presto, senza sperare di essere diversi dagli altri e dunque immuni dal contagio. Usare l’AI non vuol dire pensare che sia l’equivalente aggiornato di Google: semmai esercitarsi a “parlare” con l'intelligenza artificiale, insegnandole cosa si desidera che faccia, cercando di capire come possa aiutare ciascuno di noi a risparmiare tempo. È quello che si fa, da sempre, quando compare una tecnologia nuova. Chi si terrà in disparte, quale che sia la sua occupazione, rischia di essere meno produttivo e meno efficace dei concorrenti.
In questo contesto, i leader dell'Ue sembrano essere concentrati su un tema solo: aumentare gli investimenti. L’obiettivo è creare qualche “campione nazionale” (o meglio, europeo) dell’intelligenza artificiale, cioè una o più imprese che possano competere con americani e cinesi che ci hanno battuto sul tempo.
L’Europa è il posto al mondo più ideologicamente ostile al profitto ma è ossessionata dal problema di come non lasciare i profitti dell’AI solo ad altri. Per questo vuole mobilitare risorse, ovviamente anche e soprattutto pubbliche.
Quale sarebbe il beneficio per i cittadini europei? È difficile a dirsi. Gli investimenti necessari sono ingenti ed è improbabile che si riesca a colmare il ritardo accumulato rispetto a chi ha cominciato prima.
Oggi il problema è semmai non perdere tempo e cominciare a usare l’intelligenza artificiale, ciascuno nel proprio campo, perché non si allarghi ancora di più il gap di produttività che ci separa dagli Stati Uniti. Ciò significa lavorare sulle condizioni affinché le imprese europee possano abbracciare l’AI nella loro operatività: ridurre i vincoli e agevolare a livello normativo l'utilizzo dell’AI da parte delle imprese, soprattutto piccole e medie, e anche delle pubbliche amministrazioni.
Non si tratta di un grande progetto, ma di lavoro di lima. Come spesso accade, le cose che servirebbero non fanno notizia e dunque ai politici non interessano.
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”