È convinzione comune che al disallineamento sempre più evidente tra aspettative teoriche e output pratici del Servizio sanitario regionale sia possibile rimediare con un aumento del finanziamento e con un recupero di efficienza. Questa convinzione discende da una trentennale predicazione cui tutti ci siamo assuefatti, per la verità in maniera un po’ consolatoria, quasi a convincerci che i problemi fossero facilmente risolvibili: un pochino di soldi in più, una robusta iniezione di management moderno e tutto va a posto.

E allora, è la vulgata comune, mettiamo un manager bravo a capo di tutto e finalmente i problemi si risolveranno.

Questo è il pensiero anche della presidente Todde che, non soddisfatta dalla precedente esperienza, mette in cima alla piramide sanitaria un manager italo tedesco dal curriculum tanto fluviale quanto contrassegnato da un numero impressionante di incarichi di breve durata. Il nuovo manager ha fama di tagliatore di teste e per questo si sarebbe scontrato in diversi casi con i suoi datori di lavoro, cosa che in una Regione dove, a detta di Bartolazzi, gli esponenti della maggioranza pensano solo alle poltrone, non fa presumere una lunga durata.

La verità è che il processo di efficientamento del servizio sanitario non si fa con la bacchetta magica di un pur bravo manager, ma richiede un faticoso, lungo, e talvolta doloroso processo di gestione degli interessi dei cittadini, dei medici, degli infermieri e degli amministratori regionali e non solo. Ma soprattutto richiede una serie di lungimiranti scelte strategiche da parte della politica, scelte che in Sardegna mancano almeno dall’era di Pigliaru e Arru.

È la politica che deve assumersi la responsabilità di fare le scelte perché riorganizzare le reti assistenziali significa riallocare personale e fattori produttivi, significa aprire o chiudere un ambulatorio o un reparto ospedaliero in una località piuttosto che in un’altra, significa anche fare scelte impopolari.

Sull’altro piatto della bilancia c’è il lasciare le cose come stanno nell’illusione (fallace) di non scontentare nessuno ma l’inefficienza costituisce una sottrazione di servizi ai cittadini, quindi da combattere proprio sul piano valoriale ed etico. Sappiamo che oggi i cittadini spendono di tasca propria oltre 40 miliardi di euro annui per garantirsi prestazioni che il SSN non vuole o, meglio, non può più offrire: cioè gli italiani si pagano da soli il 25% delle cure.

Ora, di fronte a queste cifre, che testimoniano la distanza tra domanda e offerta di prestazioni, si può pensare che un bravo direttore o un bravo assessore riescano a recuperare un po’ di inefficienze ma nessuno sano di mente può aspettarsi che questo risolva il problema. Così come è illusorio pensare che aggiungere risorse economiche possa essere sufficiente, date le cifre in ballo: quanto può ancora destinare alla sanità la Regione? Quanto può togliere, perché di questo si tratterebbe, all’istruzione o all’agricoltura o ai Comuni senza produrre tensioni socialmente insostenibili?

Sarà il caso di cominciare a pensare davvero a cosa possiamo dare e a chi? E sarà anche il caso di cominciare a accettare che il SSN degli anni 80 non tornerà più; situazione economica, sociale e demografica impongono un ripensamento profondo, l’era del tutto a tutti (e gratis) è finita. Adesso ci aspettiamo decisioni realistiche, la perfezione non è di questo mondo ma qualcosa di più e di meglio del poco visto finora ce lo meritiamo. Il percorso verso soluzioni sostenibili dell’assistenza sanitaria nella nostra Regione non è un sentiero facile ma un percorso ad ostacoli che richiede chiarezza, coraggio e anche la gestione dell’inevitabile dissenso, se occorre.

I sardi hanno eletto il loro presidente anche per prendere decisioni difficili, non solo per nominare i manager.

Franco Meloni

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