Le guerre in corso hanno oggi una chiara dimensione economica e industriale, che si riflette anche sulle considerazioni militari e diplomatiche. Sei mesi dopo gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio, la guerra in Iran non è conclusa. L'Iran ha mantenuto abbastanza missili e droni per colpire le basi americane nei Paesi del Golfo, che sono state danneggiate più del previsto. La vulnerabilità di queste strutture, da decenni considerate parte stabile della proiezione di potenza degli Stati Uniti, è un problema per Washington. Nel mentre, lo status dello Stretto di Hormuz resta incerto, nonostante la proclamazione di Trump, con tanto di mappa, che l'ha indicato come territorio statunitense. Anche per questo, Washington tenta la carta della guerra finanziaria, attraverso la strategia che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha chiamato con enfasi "D-Day economico". Lo scopo è distruggere l'economia iraniana, già fortemente indebolita dalla pessima gestione degli ultimi anni e dalle sanzioni. La guerra finanziaria consiste soprattutto in un aumento quantitativo e qualitativo di sanzioni, con lo scopo di isolare sempre di più l'Iran, colpendo gli intermediari in altri Paesi, come gli Emirati Arabi Uniti e l'Egitto. In questo senso, il ruolo internazionale del dollaro rimane una potente arma nelle mani degli Stati Uniti, anche se è difficile pensare a un uso indiscriminato di sanzioni contro Paesi come Cina e India. 

Proprio in questi giorni, il presidente cinese e il primo ministro indiano si riuniscono nell'ambito dell'Organizzazione per Cooperazione di Shanghai. I due giganti asiatici sono in una fase più distesa delle loro relazioni, sempre complicate, pertanto parleranno di sicuro anche di come minimizzare gli effetti delle sanzioni degli Stati Uniti, perché si tratta di un loro chiaro interesse comune. Dietro l'affiancamento alle operazioni militari di una guerra finanziaria sempre più intensa c'è anche una ragione evidente: gli Stati Uniti hanno consumato molto più del previsto le loro capacità materiali, in una guerra che doveva essere breve e si è già rivelata piuttosto lunga. Proprio sul tema dell'impiego delle armi e delle munizioni continuano a esserci indiscrezioni giornalistiche eclatanti. Concretamente, vuol dire che diversi dirigenti e funzionari che lavorano per le forze armate americane, preoccupati per la situazione, fanno sapere che il consumo degli armamenti è un pericolo per la sicurezza nazionale e per la possibilità degli Stati Uniti di presidiare altri fronti di guerra. Anche perché il contesto internazionale, come sappiamo, non ruota solo attorno all'Iran. Per intercettare gli attacchi iraniani, si impiegano risorse che non possono essere collocate in Ucraina oppure a Guam, base fondamentale per il contenimento della Cina. Sul fronte della guerra tra Russia e Ucraina, l'evento più importante delle ultime settimane è stato il viaggio a Mosca del capo della CIA, John Ratcliffe. Il viaggio è stato significativo perché è stato il primo di questo tipo da quasi cinque anni e perché chiaramente gli Stati Uniti hanno voluto far sapere, anche per via dell'aereo utilizzato, che l'incontro è avvenuto. Nonostante la spiegazione ufficiale sia stata quella di un confronto di routine, Ratcliffe è andato di persona a Mosca quasi certamente per trasmettere alcuni messaggi ai suoi colleghi e alla leadership russa e per rafforzare questi messaggi con la sua stessa presenza. È possibile, come indicato da alcune ricostruzioni, che il capo della CIA abbia parlato delle debolezze economiche e strutturali russe, e anche che abbia proposto un incontro a tre tra Putin, Zelensky e Trump per una nuova fase di trattativa. Nel mentre, la situazione sul campo non ha però registrato novità decisive, e il fronte militare potrebbe anzi vedere un'ulteriore intensificazione delle ostilità, in una guerra ormai lunghissima. La presenza di un alto rappresentante vaticano, l'arcivescovo Gallagher, a Mosca per una missione diplomatica, mostra la consueta determinazione della Santa Sede di continuare a impegnarsi per mantenere la possibilità del dialogo. Abbiamo però visto più volte in questi mesi come le debolezze, anche economiche e interne, degli attori del conflitto non siano una garanzia di de-escalation.

Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes

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