Indipendenza dei giudici: l’intervento del 10 luglio 2026
Di Antonello MenneL’intervento del presidente Donald Trump sulla giustizia sportiva chiamata a garantire il regolare svolgimento del Mondiale di calcio negli Stati Uniti ha riportato al centro un dibattito che attraversa tutte le democrazie moderne: l’indipendenza della magistratura. In queste ore l’attenzione dei commentatori si è concentrata quasi esclusivamente sull’autore dell’interferenza. C’è chi ha parlato di un precedente pericoloso, chi addirittura della morte del calcio. Secondo molti, una giustizia sportiva che si piega ai potenti rappresenta il punto più basso cui possa giungere il sistema calcistico.
Eppure, il nodo centrale non è soltanto chi esercita la pressione, ma soprattutto chi la subisce. Non c’è nulla di realmente nuovo. Da sempre il potere politico, quello economico e persino la criminalità hanno cercato di orientare le decisioni dei giudici. La vera misura della solidità di un ordinamento non si ricava dall’esistenza di tali tentativi, inevitabili in ogni epoca, bensì dalla capacità delle istituzioni giudiziarie di respingerli.
Se un giudice cede a una pressione esterna, il problema non è soltanto l’abuso di chi esercita l’influenza, ma l’indebolimento della funzione giurisdizionale stessa. Il giudice, infatti, non può ricevere ordini né lasciarsi condizionare da alcun centro di potere, tanto meno da quello politico.
È questo il principio che la Costituzione italiana pone a fondamento dello Stato di diritto. Gli articoli 101 e 104 stabiliscono che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge e che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. A tutela di tale autonomia, le decisioni riguardanti carriera, assegnazioni e disciplina sono affidate al Consiglio Superiore della Magistratura, sottraendole all’influenza dell’esecutivo.
Nella stessa direzione si muovono le fonti sovranazionali: l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la consolidata giurisprudenza della Corte di Strasburgo richiedono che ogni giudice sia indipendente e imparziale.
Questi principi non sono il frutto di una scelta casuale. Affondano le loro radici nella storia del costituzionalismo moderno. Montesquieu, ne Lo spirito delle leggi (1748), elaborò la teoria della separazione dei poteri, individuando nell’autonomia del giudice una condizione essenziale della libertà. La Rivoluzione americana e quella francese trasformarono queste idee in istituzioni, consacrando il principio che il potere giudiziario dovesse restare autonomo rispetto agli altri poteri dello Stato. Da allora l’indipendenza della magistratura è divenuta uno dei pilastri delle democrazie costituzionali.
La giustizia, intesa come bene pubblico fondamentale, può esistere soltanto se amministrata da giudici capaci di resistere a ogni interferenza. Quando la barriera che separa la funzione giurisdizionale dalle pressioni esterne si indebolisce, è l’intero sistema democratico a perdere credibilità.
Per questo una magistratura indipendente deve essere anche competente, trasparente e consapevole della responsabilità che esercita. Indipendenza non significa isolamento dalla realtà, ma capacità di guardare ai fatti esclusivamente attraverso la legge e il diritto vivente, senza lasciarsi guidare da convenienze, appartenenze o ideologie.
Resta, sotto questo profilo, di straordinaria attualità l’insegnamento di Salvatore Satta, secondo il quale il magistrato deve «immergersi nella vita», perché è lì che il diritto nasce e si consolida: «Tutti viviamo giuridicamente anche senza aver mai aperto un codice, e vivendo continuamente creiamo diritto e, nell’atto stesso del porlo, lo conosciamo».
Lontani dai potenti, ma profondamente immersi nella vita. È in questo equilibrio che si misura, ancora oggi, l’autentica indipendenza della magistratura.
Antonello Menne