Le guerre si pagano anche alla pompa di benzina. Il prezzo dei carburanti è infatti l’indicatore più immediato di quanto i conflitti incidano sull’economia dei Paesi che dipendono dalle forniture di petrolio altrui. La fase delle speculazioni (perché di questo si tratta, inutile raccontarci favole) scatta sempre un minuto dopo il primo missile.

È successo di nuovo con l’Iran, ripetendo un copione visto e rivisto. Quattro anni fa, all’indomani dell’invasione russa in Ucraina, il diesel superò abbondantemente i due euro al litro. Il governo guidato da Mario Draghi reagì cercando di ridurre nel tempo la dipendenza energetica dalla Russia e diversificando i fornitori.

Così ora l’Italia è meno esposta a Mosca ma non del tutto protetta dalle turbolenze di un mercato energetico globale dove basta una crisi in Medio Oriente per far impennare i prezzi. Il governo Meloni prova ad attenuare gli aumenti con il meccanismo delle accise mobili col quale lo Stato rinuncia a una parte del gettito per contenere il prezzo alla pompa. Ma è un palliativo.

La verità è che Paesi come l’Italia sono destinati a subire gli scossoni dei mercati e ad aspettare che la tempesta passi. Non essere direttamente coinvolti in un conflitto conta poco. Gli effetti collaterali arrivano comunque. Prima o poi dovranno farci i conti anche le grandi potenze. Perciò Stati Uniti e Russia per tutelare le loro economie si muovono in uno scenario in cui la geopolitica si intreccia sempre più con energia, risorse e terre rare. Dove la guerra diventa un male necessario.

Bepi Anziani

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